Gli Usa sono realmente un impero in declino?
Appare complicato valutare lo stato di salute degli Yankee, tuttavia gli Stati Uniti hanno una lunga storia di preoccupazioni sulla decadenza del proprio paese, percependo il futuro sempre con un eccessivo stato di ansia, sin dall’origine, tant’è che già i padri fondatori nel XVIII secolo erano ossessionati dalla storia di Roma e temevano parimenti il declino della nuova repubblica americana.
Le paure americane di declino e del cambiamento sociale, quindi, sono cicliche.
Certamente ogni guerra persa, ogni crisi economica o politica ha alimentato la narrazione del decadimento statunitense, il quale è stato sempre smentito dai fatti, considerato che gli Usa si sono presentati sempre più forti e potenti.
Altrettanto vale per la Nato (ed il rapporto tra Usa e i paesi europei) il cui futuro è stato sempre messo in discussione durante le crisi militari ed energetiche, come per esempio quelle del 1956 (nazionalizzazione del Canale di Suez), del 1973 (crisi petrolifera e guerra del Kippur) o del 2003 (invasione dell’Iraq), senza però generare lo smantellamento del patto atlantico che, nonostante le attuali scaramucce trumpiane, resta pur sempre l’alleanza strategica decisiva tra Stati Uniti ed Europa.
La crisi del paese a stelle e strisce sembra espressione più di una percezione che di un reale stato di fatto, né tanto meno che il sorpasso dei paesi emergenti sia ormai inesorabile, poiché, secondo analisi a lungo termine, sta per concludersi l’“età dei poteri emergenti”, cioè quella fase storica, iniziata con la rivoluzione industriale e durata più di due secoli, in cui l’aumento della produttività, della popolazione e della potenza militare ha alimentato l’ascesa geopolitica di nuovi attori internazionali. In effetti, per come si evince dai dati economici, per la prima volta da secoli, nessuna nazione cresce abbastanza da cambiare gli equilibri globali.
Persino in Cina, considerato il più grande paese “in ascesa”, l’economia rallenta, la popolazione cala, il debito esplode e la crescita è sostenuta, soltanto, da investimenti improduttivi e sovvenzioni pubbliche. Il modello cinese, contrariamente alla narrazione mediatica, fondato sull’autarchia e sul controllo statale, mostra gravi limiti, tra cui scarsa istruzione, crisi immobiliare, consumo interno debole (37%), rispetto agli Stati Uniti (70%) e gravi criticità sociali delle zone interne e rurali.
Parimenti vale per l’Europa, la Russia ed il Giappone che annaspano, vivendo un declino demografico e tecnologico, mentre l’India, sebbene abbia una popolazione giovane, non dispone di quei fattori di sistema (livello di istruzione, competenze ed istituzioni) necessari per valorizzare la risorsa demografica in un vero punto di forza.
Per non parlare dei paesi del sud del mondo il cui sviluppo è frenato dall’indebitamento, dall'instabilità, dalle guerre e dalla disoccupazione giovanile.
Per cui gli Stati Uniti pur non stando benissimo, a causa del debito pubblico che nel 2034 raggiungerà 50.000 miliardi pari al 122% del Pil ed un’inflazione galoppante, restano il solo paese con fondamenta solide, avendo un grande mercato interno, un livello molto alto di innovazione, energia a basso costo e una supremazia in settori chiave come intelligenza artificiale e i semiconduttori, oltre al fatto che il dollaro continua a dominare le riserve mondiali ed il sistema finanziario.
Il vero pericolo del declino americano proviene dalle gravi fratture interne del paese, impedendo il mantenimento dell’egemonia globale.
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