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Anno di grazia 1872. A pochi chilometri di distanza ‒ per l’esattezza quelli che separano San Demetrio Corone da Vaccarizzo Albanese ‒ e a soli quattro mesi di differenza, vengono alla luce due personaggi destinati ad imprimere un’impronta significativa nell’ambito della cultura d’Arbëria: Salvatore Braile (1872-1960), alias Rrashkati, e Antonio Scura (1872-1928), alias Dhaskli, intellettuali inquieti che, benché caratterizzati da temperamenti differenti, possono vantare una consistente serie di affinità che proveremo a far emergere.

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Entrambi figli di piccole ma vivaci comunità arbëreshe, i due poeti incontrano la bellezza della letteratura classica presso il rinomato Collegio Italo-Albanese di Sant’Adriano e ambedue, sebbene attraverso percorsi diversi, approdano alla nobile arte dell’insegnamento.
Braile, sin dalla giovinezza, fa mostra di spirito libertario e anticonformista, guardando al futuro attraverso una sottile ma costante patina di pessimismo che trova piena manifestazione in un distico del sonetto Vorrei, risalente al 1890: «Triste il presente, non men del passato, / più triste in avvenir sarà mia sorte». Gli fa eco, appena un anno dopo, ‒ siamo dunque nel 1891 ‒ lo stesso Scura che nel suo componimento intitolato Illusione si strugge al pensier del tempo venturo in questi termini: «Irto di spine è ‘l mio vital sentiero / amor non sento e morta è la speranza!». 
Tale disillusione, lungi dal provocare infruttuosi ed elitari allontanamenti dalla realtà, induce i due poeti ad immergersi con maggior impegno nelle problematiche popolari. Entrambi si avvicinano alle idee socialiste e se ne fanno ispirare per la composizione di versi inneggianti alla lotta di classe e al riscatto proletario. Così, se Scura saluta con favore «la santa ira dei popoli» e in Ruit hora auspica l’avvento di un nuovo ordine sociale ‒ «Solo sovran sia il popolo / custode d’uguaglianza e libertà / e l’inno umanitario / bello su le ruine sorgerà» ‒, alla stessa maniera Braile si abbandona nei versi di Te ngjitur (Ascensione) ad un appassionato appello alla militanza: «Compagni non vi fate pecore, / chè i lupi vi divorano. / Uscite fuor dagli ovili, / valicate i fiumi, / sorpassate le selve / e salite sulla montagna / dove nasce rosso-vampante / il sole della libertà. / La libertà vi farà leoni / e non temerete più i lupi».
Nonostante il forte e convinto sostegno alle istanze popolari, ad un certo punto della loro esistenza, tanto Scura quanto Braile aderiscono al Partito Nazionale Fascista. È doveroso, per onestà intellettuale, fare qualche precisazione in merito a tale vicenda.
L’accettazione del fascismo si concretizza per i due poeti innanzitutto come azione determinata dall’utilitaristica necessità di sopravvivenza. Sovrabbondano sul tema le testimonianze storiche relative alle facilitazioni riservate ai tesserati del PNF nell’ambito delle carriere lavorative inquadrate nell’apparato statale. In secondo luogo, tale adesione è ideologicamente giustificata dal fatto che gli ideali radicali e mazziniani di matrice risorgimentale, a cui entrambi i poeti sono legati, trovano proprio nel fascismo degli esordi e nel nazionalismo la loro naturale evoluzione.
Un’attenta analisi storiografica identifica il fascismo della prima ora come forza antisistema in grado di contrastare in maniera energica la classe politica liberale che, accantonati gli allori della vittoria nel primo conflitto mondiale, vivacchiava stancamente incapace di consolidare la struttura statale, di contrastare le crescenti tensioni sociali e di assecondare le giuste pretese dei reduci che sul Piave o tra le accidentate balze del Carso avevano combattuto nella speranza di creare un’Italia migliore.
In quest’ottica di continuità dei valori che avevano ispirato l’unificazione nazionale e condotto alla riconquista delle terre irredente di Trento e Trieste si inserisce pertanto l’avvicinamento dei due poeti al movimento fascista, verso il quale non mancano tuttavia di indirizzare le loro critiche: Scura può vantare in proposito un anticolonialismo d’annata, risalente addirittura al 1896, quando, puntando il dito contro l’avventura coloniale italiana, compone un poemetto intitolato Tristis Africa in cui condensa la sua denuncia: «Ma non è gloria no, che un giovin regno, / sorto a l’ombra di libera bandiera, / de la sua santa causa or reso indegno, / varchi l’altrui frontiera. // E sprechi il sangue dei suoi figli e l’oro / che col sudore de le fronti gronda, / trovar sognando non so qual tesoro / su una deserta sponda»; Braile, di umore marcatamente più popolare, scrive il giocoso componimento Mishtarvet e Shën Mitrit (Ai macellai di San Demetrio) in cui mette alla berlina i privilegi del podestà e dei militi fascisti che, eludendo il razionamento, ricevono da corrotti macellai ‒ a cui il poeta augura di finir cordialmente decapitati ‒ i tagli migliori della carne, a danno e beffa del sofferente popolo al quale son riservate solo ossa e frattaglie.
Accanto alla comune critica verso le ingiustizie, i due poeti condividono una tagliente satira al potere e ai suoi principali rappresentanti: Braile si scaglia vigorosamente contro la triade costituita da re, ricchi e reverendi, mentre Scura addita il malaffare pubblico sostenendo che i nuovi malfattori ‒ infidi, educati e sorridenti al tempo stesso ‒ siano addirittura peggiori di figure brigantesche del passato che, a conti fatti, perpetravano crimini certamente scellerati, ma al costo di mettere a repentaglio le loro vite. L’argomento ispira al poeta di Vaccarizzo Albanese i versi di un componimento intitolato Brigantaggio (1893) che, nella sua brevità, val la pena leggere integralmente per evidenziare ‒ qualora ce ne fosse bisogno ‒ che, paradossalmente, al mutar dei tempi non cambiano i vizi degli uomini: «Il brigante una volta stava in bosco / ed era dalle leggi contemplato; / oggi invece l’affare è ancor più losco. // Il brigante oggi è pubblico impiegato, / apertamente ruba a tavolino; / va in carcer se protesta il derubato. // L’antico, meno mal, per un quattrino / giocava con la morte la sua vita / e per compare aveva un contadino. // Il moderno è persona incivilita, / sovente ha croci, commende e collari / e giuoca impunemente la partita, // chè le leggi e lo stato ha per compari!». 
Non mancano in ambo i poeti le satire specificatamente rivolte contro singoli personaggi: se il Braile indirizza i suoi strali verso l’intero consiglio comunale di San Demetrio Corone o personaggi quali un certo don Giovanni, un Attanasio e un tal vicesindaco di Santa Sofia d’Epiro simpaticamente ribattezzato miu (il topo), Scura scrive un intero poemetto dal titolo La circoleide (marzo 1921) nel quale sbeffeggia un non meglio identificato don Salvatore la cui presunzione vien punita, assieme a quella dei suoi sodali, da un disastroso risultato elettorale.
Anche sul fronte prettamente letterario i due autori sono apparentati dai medesimi gusti. Profondi conoscitori della tradizione classica, non esitano a citare Catullo o celebrare Dante, salvo poi mostrare esiti diversi in base ai rispettivi temperamenti: mentre Scura, incline alla riflessione intellettuale, osanna il Sommo Poeta nei versi di Dante e la Divina Commedia (1893) raccontando la mirabile genesi del suo poema, Braile, votato invece al sentimento comico-popolare, preferisce canzonare l’Alighieri parodiandone alcuni versi del V canto dell’Inferno e rivolgendosi a tal Rachelina in questi termini: «L’amor che a nullo amato amar perdona / mi prese della tua beltà sì forte / che notte e dì ripeto: “Quant’è bona!”».
Entrambi i poeti non sono esenti dall’utilizzo di sporadiche ma interessanti atmosfere gotiche e baudelairiane che in Scura si materializzano nell’apparizione fantasmatica cantata nei versi di Nelle mie stanze, nelle notti algenti (1889) e in Braile prendono corpo nel distico iniziale di Nel baratro («Atterrito da lugubri visioni / tiro righe sanguigne») e nei versi foschi del sonetto Cratere spento: «Entro il vuoto profondo del mio core, / dove mugghiano i nembi e le bufere, / tutta ravvolta di grand’ombre nere / la fiaccola si spegne de l’amore. / Ed il cervel, che tanto ebbe fulgore / quanto di notte in eruzion cratere, / nel fondo limaccioso del bicchiere / s’oscura e del bordello ne ‘l fetore».
Al di là degli aspetti letterari, anche il versante umano accomuna i due autori arbëreshë. Entrambi particolarmente attenti all’effimera quanto vitale bellezza femminile, cantano ‒ talvolta in modo originale, talaltra scadendo nella maniera ‒ le terrene virtù di una considerevole quantità di donzelle: Nerina, Giulietta, Lina, Lidia, Tecla, Maria, Nina: questi i nomi che ricorrono nella produzione di Scura e che fanno da contraltare a Raffaella, Rachelina, Lidia e Rina esaltate dal Braile. 
Tuttavia, la poesia non è solo strumento di celebrazione del gentil sesso, ma diviene protagonista concreta ed essenziale dell’altissima missione civile esercitata tramite l’insegnamento. I versi assumono natura profondamente didascalica. Braile li utilizza per comporre brevi poesiole adatte a veicolare temi e messaggi positivi per i suoi giovani discenti. Allo stesso modo, Antonio Scura scrive un’intera raccolta nomata Poesie educative che, a ben vedere, si presenta come una sorta di libro Cuore in versi. Al pari del De Amicis, il poeta di Vaccarizzo Albanese tramanda i concetti di onestà, laboriosità, bontà, attaccamento al dovere, rispetto verso gli umili e gli anziani, le istituzioni e i simboli della nazione, a partire dalla bandiera tricolore. Valori insomma utili alla sana crescita di futuri cittadini nati in un’Italia sorta sui solidi ideali risorgimentali e difesa dall’ardimento dei “ragazzi del ‘99”, gli eroici giovinetti ‒ più volte encomiati da Scura ‒ che non ancora maggiorenni si distinsero per valore nella lotta contro gli austro-ungarici durante la Grande Guerra.
L’afflato patriottico ispira anche il famoso inno Trento e Trieste, composto nel 1915 e musicato dal maestro Guglielmo Mussoli, direttore della Banda Musicale di Trento a quel tempo profugo a Vignola. Il riscatto delle terre irredente è interpretato da Scura come episodio di una naturale e necessaria continuazione del processo di unificazione nazionale.
Una seconda edizione, scritta il 5 novembre 1918, proprio all’indomani della vittoria militare, ricorda l’azione dei patrioti del Risorgimento e auspica la perenne memoria per tutti coloro che caddero per il bene dell’Italia: «Gloria ai morti! / Eterna gloria! / Mai fia spenta la memoria, / ogni tomba è un sacro altar!».
Antonio Scura è figura dalla personalità completa e complessa. Uomo poliedrico negli interessi e versatile nel pensiero, anche in ciò è accomunato al suo coetaneo Salvatore Braile.
Il poeta di Vaccarizzo Albanese cerca di cristallizzare frammenti di realtà nel verso e al di là del verso stesso, dedicandosi altresì alla pittura e alla fotografia con risultati apprezzabili che assumono il valore di importante testimonianza storica relativa a personaggi e situazioni di un’epoca che non è più.
Anche il poeta di San Demetrio Corone moltiplica le sue attività e consuma il tempo dell’esistenza tra le rime, l’insegnamento e i doveri di notaio e telegrafista.
Il libro curato da Francesco Perri sulla figura di Antonio Scura è speculare nel metodo e nel merito a quello pubblicato, nell’ormai lontano 1991, da papàs Giuseppe Faraco sulla vita e l’opera di Salvatore Braile. Ci troviamo dinanzi alla ricerca certosina di due studiosi appassionati di biblioteche e archivi polverosi che accendono una luce su autori degni di nota e latori di valori ormai perduti.
Entrambi sono volumi preziosi che nascono dalla dedizione disinteressata per il bello e il vero, con la pretesa ‒ giustificata ‒ di ridar voce a intellettuali colpevolmente marginalizzati dalla critica.
È noto che la poesia ‒ quella degna di tal nome ‒ restituisce al lettore l’immagine e il senso della vita senza orpelli retorici e infingimenti di sorta. Scura e Braile riescono ambedue ad offrirci una visione schietta della caducità delle nostre esistenze attraverso pochi versi che vorrei riportare a mo’ di conclusione. Scura scrive: «La vita è agon di triboli, / vi è il vinto e il vincitor: / nell’oro alcuni guazzano, / v’è chi di fame muor. // Sorride ad un propizia / fortuna e dà ogni ben, / altri è dannato a pascersi / di fiele e di velen»; con mirabile sintesi Braile gli fa eco verseggiando in tal modo: «Kështu ësht jeta, oj bir: / moti keq dhe moti mir. / Kush këndon dhe kush valton, / Kush bekon, dhe kush mallkon» (“Così è la vita, o figlio: / tempo cattivo e tempo buono. / Chi canta e chi manda gemiti, / chi benedice e chi bestemmia”) (Kështu ësht jeta, 1949). Esempio luminoso di saggezza e realismo poetico dalla validità universale.

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