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A tredici anni si può essere fragili e/o arrabbiati? Sicuramente! Ma non invisibili. E neppure assolti in automatico da tutto ciò che ci circonda. La vicenda di Trescore Balneario, con l’insegnante di francese, Chiara Mocchi, accoltellata da un alunno di tredici anni capace di aver preparato il gesto, annunciandolo online, deve farci riflettere seriamente.

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Il ragazzo aveva costruito persino una specie di sceneggiatura personale, con parole di odio e video diffusi sui social. Ha tredici anni, quindi non imputabile penalmente. Ma la non imputabilità non è una spiegazione morale, né educativa. È una norma giuridica. E il diritto, da solo, non ci dirà mai perché un ragazzino arriva a questo punto.
La domanda vera è un’altra: quanta vita vera manca, oggi, dentro la vita di troppi ragazzi?
Perché il punto non è solo la violenza. Il punto è il vuoto. Quel vuoto che alcuni riempiono stando sempre chiusi nella propria bolla, convinti che il mondo sia tutto lì dentro: un telefono, una chat, una diretta, un gruppo Telegram, un algoritmo che ti mostra solo quello che ti assomiglia, o che ti peggiora. Quando vivi così, piano piano succede una cosa pericolosa, cioè quella che non sei più protagonista della tua vita, diventi spettatore della vita degli altri. Guardi, scorri, commenti, consumi. Ma non costruisci. Non rischi davvero. Non ti misuri con il fuori. E alla fine ti convinci che anche il dolore, la rabbia, la vendetta possano diventare contenuto.
Il problema è che il mondo non è uno schermo. Non si mette in pausa. Non si resetta. Le persone non sono avatar. Una coltellata non è una frase scritta in una chat. Il sangue non è un filtro. E quando si arriva a non capire più questa differenza, allora il disagio non è più solo personale ma diventa sociale.
Qui gli adulti non possono fare i giudici dal pulpito. Troppo comodo dire “questa generazione è persa” e poi lasciare che cresca da sola, senza tempo, senza parole vere. Troppo comodo scandalizzarsi per un tredicenne e non vedere quanti tredicenni, ogni giorno, stanno affondando in un isolamento silenzioso che nessuno prende sul serio perché non fa rumore. Fino a quando lo fa.
Però sarebbe altrettanto sbagliato raccontare i ragazzi come una massa spenta. Non è così. Accanto a chi si chiude, c’è chi si alza. C’è chi lavora, chi studia davvero, chi parte, chi impara una lingua, chi prova a stare nel mondo senza farselo raccontare solo da TikTok o YouTube. C’è chi a sedici o diciassette anni ha già capito una cosa che molti adulti non hanno ancora imparato e cioè che nessuno verrà a vivere la tua vita al posto tuo.
Ed è qui il punto. Non servono sermoni. Serve una frase chiara che deve essere «smettetela di guardare la vita passare come se foste pubblico. Non siete comparse. Non siete spettatori. Non siete nati per reagire ai contenuti degli altri. Siete qui per scrivere il vostro più bel capitolo della vostra vita, esserci!».
Fare il protagonista non vuol dire essere perfetti. Vuol dire metterci la faccia. Uscire di casa. Sbagliare nel mondo reale, non solo in una chat. Avere il coraggio di prendere un treno, un libro, un lavoro, una responsabilità, una delusione. Vuol dire capire che la libertà non è fare quello che ti passa per la testa, ma imparare a reggere il peso delle conseguenze.
La frase più bella, in tutta questa storia, l’ha detta proprio la professoressa ferita. Vuole tornare a insegnare e a credere nei giovani. È una frase che pesa più di molte analisi. Perché non assolve nessuno, ma non rinuncia a nessuno. E forse è da lì che bisogna ripartire, non dalla paura dei ragazzi, ma dalla fatica di prenderli sul serio.
Perché un giovane lasciato solo dentro la sua bolla può diventare ostaggio di se stesso. Un giovane spinto a vivere davvero può ancora diventare molto di più di quello che oggi perfino lui immagina. E la differenza, alla fine, è tutta lì, tra chi passa le giornate a guardare il mondo e chi decide, finalmente, di entrarci dentro.

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