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L’immagine alla quale è associabile “Castelli di rabbia” è senza dubbio quella del buon vino: alla maniera del prezioso nettare, le pagine di Baricco acquistano sapore e colore con il trascorrere del tempo e, in effetti, a più di vent’anni dalla pubblicazione (correva l’anno di grazia 1991), il romanzo in questione assume, attraverso le tematiche trattate, un carattere deciso dinanzi ad una realtà che gradualmente si sgretola.


Lo scrittore piemontese, con abile arte narrativa, riesce a mantenere celata la chiave di lettura del suo romanzo fino alle ultime battute per poi lasciare attonito l’innocente lettore con una soluzione che risulta essere a dir poco inaspettata.
Le vicende narrate hanno come centro propulsore la cittadina di Quinnipak, curioso rifugio di uomini e donne le cui vite si intersecano quasi a formare una inestricabile ragnatela all’insegna della stranezza. Nulla a Quinnipak richiama la normalità del mondo e la quotidianità: ognuno ha il suo dèmone e la sua storia.
I personaggi consumano le loro esistenze inseguendo inutili sogni, portandosi addosso pesanti fardelli e rasentando (e, a volte, oltrepassando) il delicato confine tra sanità e follia. Ecco allora una sfilata di strambe esistenze la cui colpa è la contraddizione: la bellezza di Jun ha come contrappasso la sua solitudine a causa dei lunghi viaggi del consorte; la ricchezza e l’intraprendenza del signor Rail si scontrano con la fisima delle locomotive e le lunghissime e ingiustificate assenze da casa che denotano un chiaro rifiuto della stabilità; l’onorabilità della vedova Abegg trova il suo inciampo in una storia inesistente e nella «impossibilità di disporre di un felice avvenire» che la induce a costruirsi un falso e «felice passato»; il genio musicale del signor Pekisch si disintegra nelle sue strampalate composizioni per un altrettanto bizzarro strumento denominato “umanofono”.
In mezzo a questa varia umanità di Quinnipak si erge possente il senso del tempo che scorre, con la necessità di numerarlo e l’altrettanto impellente bisogno di renderlo motivo di sviluppo. L’intero romanzo risente di questa ansia di progresso tecnico e spirituale che si concretizza nella filosofia positivista (superba attrice non protagonista di “Castelli di rabbia”) e nella costruzione delle ferrovie, speranza di una società ancora cristallizzata e campanilistica. Non è un caso che le pagine più intense del libro di Baricco siano effettivamente quelle nelle quali si descrive il rito «elementare e sacro» che si è consumato per anni sulla “Grand Junction”, una delle prime linee ferroviarie che collegava Londra a Dublino.
“Castelli di rabbia” si presenta dunque con lo stesso fascino del Crystal Palace, progetto folle e geniale del misterioso e sognatore Hector Horeau (la figura indubbiamente più tragica del romanzo), in grado di far ammirare la realtà attraverso il potere della narrazione che diventa, alla stregua del vetro, capace di «proteggere senza imprigionare…» in modo da «stare in un posto e poter veder ovunque, avere un tetto e vedere il cielo».
Insomma, siamo davanti ad un romanzo di spessore, tremendamente attuale, capace di ricordarci l’immenso potere terapeutico delle storie in un mondo sempre più caotico e sempre meno disposto ad ascoltare.


Autore: Alessandro Baricco
Titolo: Castelli di rabbia
Editore: Feltrinelli
Collana: Universale Economica Feltrinelli
Pag. 222
ISBN: 978-88-07-88087-2

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