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“Il campeggio di Duttogliano” di Tullio Kezich si presta perfettamente ad una lettura spensierata e rilassante sotto l’ombrellone: non è un libro astruso né tantomeno necessita di profonde riflessioni filosofiche che mal si concilierebbero con i torridi anticicloni dai nomi bislacchi che continuano a farci visita in questi giorni.

Bnl


Si tratta di un racconto breve nel quale il mondo e l’esperienza del campeggio sono descritti attraverso le impressioni di un bambino (Paolo Rancovich) che, necessariamente, affronta l’esistenza con fragilità, istinto, entusiasmo, paura e, soprattutto, fantasia.
La vicenda è ambientata in anni ormai lontani (siamo nel periodo che precede il secondo conflitto mondiale) di cui l’autore sembra avere qualche nostalgia non tanto per ciò che accadde, quanto piuttosto per l’impossibilità di poter mutare quei ricordi ormai cristallizzati a causa del tempo e dei cruenti avvenimenti storici che seguirono. Kezich, a tal proposito, non esita a constatare che «i ricordi devono accettare quella dimensione e quei colori, che poi non abbiamo più potuto correggere o sostituire perché è venuta la guerra, e quasi subito il territorio si è allontanato da noi come l’Africa o la Grecia».
L’autore tuttavia trasfonde questi ricordi in un delizioso incipit capace di far sentire, vedere, toccare, gustare e odorare al lettore i luoghi e gli oggetti che furono protagonisti e testimoni di questa storia. Con fine arte descrittiva e poche ma incisive pennellate lo scrittore triestino è in grado di fornire l’istantanea di un’epoca e di un posto molto particolare quale risulta essere una terra di confine: «Adesso Duttogliano è in Jugoslavia, forse non avremo più occasione di tornare lassù. Ma una volta, parlo degli anni prima della guerra, le bettole carsoline erano piene di gitanti. Negli stanzoni c’era odore di pollo fritto, i bicchieri di terrano lasciavano cerchi scuri sui tavoli e il prosciutto color corteccia veniva tagliato a grosse fette».
Il fascino della terra di confine si avverte palesemente anche nel linguaggio, con nomi o termini in lingua slava accostati qua e là, nel corso della narrazione, a parole triestine. Questi sono tuttavia gli anni del nazionalismo sfegatato che induce da un lato un gruppo di bimbi slavi a colpire con una fitta sassaiola i balilla che campeggiano sul loro territorio e dall’altro i ragazzi italiani a dileggiare il piccolo protagonista del racconto per via del suo cognome di origine slovena che appare tanto estraneo da spingere a considerare Paolo Rancovich un bimbo «[…] né jugoslavo né italiano» ma «[…] senza patria e senza Dio».
Il tema del confine non è l’unico fulcro di questa vicenda, giacché in essa aleggia imperante la delusione delle aspettative: quelle di uno Stato che vede svanire territori a cui ambiva e quelle di un bimbo ansioso di partire per un campeggio della Gil («Saremmo partiti per l’altopiano ragazzini di undici anni, ma ne saremmo tornati uomini, figli di un tempo di rivoluzione») e ben presto disilluso e divenuto incapace di sopportare un ambiente sostanzialmente estraneo, fatto di smodata disciplina e vuoti rituali quali l’ammainabandiera e l’appello del caduto.
In ultima analisi, Kezich ci presenta i costumi di un’epoca in maniera scorrevole e veritiera, senza impelagarsi in dati storici o in considerazioni politiche e, per quanto consapevoli delle difficoltà e degli errori di quegli anni particolari della storia italiana, la lettura del suo racconto consente a noi, cittadini del terzo millennio e amanti della democrazia, di meglio penetrare nei recessi di un tempo in cui «[…] bisognava osare sempre, come D’Annunzio alla beffa di Buccari o Cesare che aveva marciato su Roma per sconfiggere i vecchioni del Senato».


Titolo: Il campeggio di Duttogliano
Autore: Tullio Kezich
Editore: Sellerio
Collana: La memoria
Pag. 152

@Riproduzione riservata

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