Le altalenanti notizie sui negoziati tra Stati Uniti e Iran si incrociano in Israele con la campagna elettorale ormai cominciata. Seppur la scadenza naturale della legislatura sarebbe il 27 ottobre 2026, epperò la scorsa settimana la Knesset, a seguito della crisi della maggioranza a causa della questione irrisolta della leva obbligatoria per gli studenti delle yeshivot, ha proceduto ad avviare l’iter parlamentare per lo scioglimento anticipato dell’assemblea, che porterebbe al voto di qualche settimana prima, intorno ai primi giorni di settembre.

Bnl

Al di là delle schermaglie sulla data del voto, a far discutere in Israele è soprattutto lo scenario politico incerto che si prospetta per l’esame delle urne che il premier Benjamin Netanyahu ha sempre cercato di allontanare il più possibile per evidenti ragioni personalistiche e partitiche.
I sondaggi, ad oggi, sembrano delineare una situazione di stallo, descrivendo un sistema frammentato e privo di un equilibrio chiaro. 
Il Likud continua a restare il primo partito, tuttavia la destra israeliana appare, al momento, incapace di trasformare quel consenso in una maggioranza stabile, a causa dell’erosione di consensi a favore dei partiti ultraortodossi e ultranazionalisti, ma soprattutto determinato dal significativo logoramento del Partito del Premier, dopo i conflitti in corso e la perdita di credibilità di Netanyahu a garantire la sicurezza del Paese. 
Parallelamente figure come Naftali Bennett e Yair Lapid, unitisi per la formazione di un nuovo partito “Insieme”, vanno nella direzione di ricostruire un’alternativa centrista, puntando soprattutto sull’usura politica del governo e sulla crescente stanchezza dell’opinione pubblica, senza però riuscire attualmente a sfondare nel simpatie degli elettori. Un Ulteriore outsider ( da tenere d’occhio) è l'ex generale Gadi Eisenkot, molto popolare in Israele, che dopo essersi separato politicamente dal suo collega Benny Gantz, ha dato vita anche lui a un nuovo partito chiamato “Yashar” (letteralmente “retto”). Eisenkot pare sia visto positivamente, come espressione di quell’ala dell’esercito che più di una volta in questi anni ha contestato le scelte di Netanyahu sulla gestione della guerra a Gaza. Questi nelle scorse settimane ha avuto, altresì, contatti per eventuali alleanze con Avigdor Lieberman, il leader del partito dei russofoni - altra vecchia conoscenza della politica israeliana, schierato da tempo "da destra" contro il Premier.
Nel tradizionale fronte anti-Netanyahu con un numero ristretto di seggi appaiono fragili le posizioni dei Democratici, gli eredi dei Laburisti e del partito della sinistra pacifista denominato “Meretz” (guidati da un ex generale, Yair Golan), i quali sono gli unici oggi a porre apertamente la questione della necessità di una riapertura del negoziato politico con i palestinesi. 
Quanto ai partiti arabi, infine, molto dipenderà dalla capacità di essi di mettersi insieme almeno costruendo un cartello elettorale al fine di superare lo sbarramento del 3,25 % dei consensi per accedere alla Knesset.
Il dato evidente dell’attuale impasse politico apertasi attorno al governo Netanyahu sta nel fatto che il conflitto invece di rafforzare il sistema israeliano ha accentuato le fratture di uno Stato dilaniato all’interno che proprio nel mezzo di una gravissima crisi strategica, fatica sempre più a trovare un equilibrio tra mobilitazione militare, tenuta democratica e stabilità politica.
Comunque vadano le prossime elezioni, sarà complicato (se non remota) prevedere un cambio sostanziale dell’attuale politica di Telaviv, considerato che il confronto politico israeliano non si gioca tra fautori della guerra e i sostenitori della pace.
Niente di tutto ciò!
Dopo il trauma del 7 ottobre, quasi tutto l’arco parlamentare israeliano si è spostato su ” posizioni securitarie”.
 Differenze sostanziali non esistono se non piuttosto il modo in cui gestire il conflitto, nonché il futuro assetto regionale. 
Prevale nel dibattito pubblico ancora la linea dura, come ha scritto, l’editorialista israeliano David M. Weinberg, sintetizzando un sentire comune diffuso: “tutto ciò che Israele sta facendo non è solo giusto, ma anche necessario dal punto di vista strategico. Lo Stato ebraico è una superpotenza, deve espandersi in Libano, Siria e Cisgiordania e continuare la guerra con Teheran, senza fidarsi di nessuno – nemmeno di Trump. Essere amati è inutile, meglio essere temuti… le minacce devono essere neutralizzate e non contenute”.
Tuttavia la strategia della “guerra perpetua” elaborata (e attualmente praticata sul campo), secondo molti oppositori interni, porterà, alla lunga, al collasso dello Stato della “Stella di David”, per come segnalato, tra l’altro, dalla lettera aperta firmata da 22 ex agenti degli apparati di sicurezza sionisti. 
La vera partita per Israele si gioca, quindi, in casa perché lo scontro verte sulla natura dello Stato che si intende imporre ovvero realizzare le cui fondamenta storiche sioniste sono inconciliabili, ormai, con quelle della destra attuale, essendosi sostituita alla politica la forza e non solo ahinoi nella “terra di Canaan”.

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