Navanteri

Viviamo dentro una delle più grandi illusioni del nostro tempo: credere di essere liberi perché possiamo parlare. I social network hanno trasformato l’espressione in un gesto meccanico, immediato, apparentemente democratico. Scrivi, pubblichi, commenti. Ti senti libero.

Ma la libertà, quella vera, non coincide mai con la possibilità tecnica di aprire bocca.
Negli anni che precedono il nuovo millennio, chi voleva dire qualcosa doveva esporsi. Doveva avere un volto, una storia, una competenza riconosciuta o almeno il coraggio del confronto diretto. Le opinioni circolavano lentamente, restavano confinate, si consumavano nei luoghi fisici della socialità. Oggi tutto è istantaneo e tutto vale allo stesso modo. L’ignoranza e la conoscenza hanno identica risonanza, anzi fa più breccia l'ignoranza, fra la gente, che non la competenza. Il rumore ha preso il posto del pensiero e il covid ce lo ha dimostrato nei fatti.
Questa falsa uguaglianza ha prodotto un cortocircuito culturale devastante. Non ha emancipato le persone: le ha disorientate. Ha convinto milioni di individui che parlare equivale a capire, che urlare equivale a contare, che essere visibili equivale a essere legittimati. È il trionfo della confusione elevata a sistema.
Ma il punto più inquietante arriva dopo. Quando la piattaforma decide che la tua voce non è più gradita. Quando un profilo viene sospeso, silenziato, cancellato senza spiegazioni, senza dialogo, senza possibilità di difesa. Anni di parole, di costruzione pubblica, di identità digitale svaniscono in un istante. E non puoi fare nulla. Nessun giudice. Nessun contraddittorio. Nessuna trasparenza.
Ecco la verità che fatichiamo ad accettare: sui social non esercitiamo un diritto, usufruiamo di una concessione. Parliamo finché siamo funzionali. Finché generiamo traffico, attenzione, profitto. Quando smettiamo di esserlo, la libertà si spegne con un clic. Non perché abbiamo sbagliato, ma perché qualcun altro ha deciso.
È qui che crolla il mito della democrazia digitale. Perché la libertà di parola non è tale se può essere revocata arbitrariamente. Non è tale se dipende da regole opache, algoritmi insondabili, interessi economici e geopolitici che nulla hanno a che fare con il bene pubblico. Non è tale se non prevede difesa, spiegazione, proporzione.
In questo ecosistema, il comportamento delle persone cambia. Ci si abitua a dire tutto e il contrario di tutto. A denigrare, insultare, umiliare. A costruire autocelebrazioni vuote. A confondere la visibilità con il valore. È una libertà che non educa, non responsabilizza, non costruisce. È una libertà che deresponsabilizza e infantilizza.
Il paradosso è crudele: più crediamo di essere liberi, meno lo siamo davvero. Perché abbiamo delegato la gestione della parola a strutture che non rispondono a nessun principio democratico. Abbiamo scambiato la piazza con il palcoscenico, il dialogo con l’algoritmo, il pensiero con la reazione.
E mentre ci illudiamo di parlare, veniamo orientati. I contenuti vengono premiati o sepolti. Le emozioni più estreme vengono amplificate. La complessità viene penalizzata. Non si cerca la verità, si cerca l’engagement. Non si costruisce coscienza, si monetizza l’attenzione.
È giusto educare comportamenti e pensieri in questo modo? È giusto affidare la formazione delle coscienze a piattaforme che decidono cosa è visibile e cosa no, cosa è accettabile e cosa va cancellato, senza alcuna responsabilità pubblica?
La risposta è scomoda ma necessaria. La libertà di parola non è mai stata così celebrata e mai così fragile. Non è sotto attacco dichiarato. È anestetizzata. Normalizzata. Resa reversibile.
E allora l’atto davvero rivoluzionario oggi non è parlare di più. È tornare a pensare prima di parlare. È recuperare luoghi, tempi, relazioni in cui la parola abbia peso, conseguenze, responsabilità. È ricordare che la libertà non è dire tutto, ma poter dire ciò che conta senza temere l’arbitrio di un potere invisibile.
Perché quando la libertà è solo un’interfaccia, non è libertà. È una concessione temporanea. E prima o poi, come tutte le concessioni, viene ritirata.

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