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Dopo la scivolata della maggioranza parlamentare di martedì scorso, andata sotto con 187 voti a favore e 188 voti contrari in relazione all’emendamento sulle preferenze, la Camera ha approvato in prima lettura la proposta di riforma della legge elettorale per i due rami del Parlamento.

Bnl

Il testo, che passa ora all’esame del Senato, archivia l’impianto misto del Rosatellum e introduce un sistema prevalentemente proporzionale, associato da un eventuale premio di governabilità per la lista o la coalizione più votata con obbligo di indicazione del nome del premier.
Il cambiamento principale riguarda il metodo di assegnazione dei seggi, venendo eliminati i normali collegi uninominali maggioritari previsti dal Rosatellum, perché i seggi saranno quindi distribuiti prevalentemente nei collegi plurinominali con metodo proporzionale.
Restano, invece, le coalizioni e le principali soglie di sbarramento: il 10% per le coalizioni, purché comprendano almeno una lista ammessa alla distribuzione, e il 3% per le singole liste. Il pezzo forte della nuova legge riguarda il fatto che la lista o coalizione che ottiene il maggior numero di voti a livello nazionale può beneficiare del premio di governabilità a condizione che raggiunge almeno il 42% dei voti validi sia alla Camera sia al Senato, ottenendo 70 seggi alla Camera e 35 al Senato in più, altrimenti i seggi vengono distribuiti con metodo proporzionale, oltre al fatto che le forze politiche devono indicare nel programma elettorale il nome e il cognome della persona proposta per l'incarico di presidente del Consiglio che corrisponde per tutti in caso di coalizione.
Il nuovo testo sembra concepito con l’obiettivo, neppure troppo nascosto, di realizzare una sorta di “premierato di fatto”, evitando di imbattersi nelle insormontabili difficoltà di un iter di revisione costituzionale “per l’elezione diretta del Presidente del Consiglio dei ministri”, il cui progetto di legge dell’esecutivo è arenato a Palazzo Madama.
D'altro canto non è detto che la riforma vada definitivamente in porto, considerato che sussiste il reale rischio che la Consulta potrebbe sentenziare profili di incostituzionalità relativamente all’introduzione del premio di maggioranza, nonché in ordine all’indicazione del nome del capo del governo, pilastri, entrambi, del nuovo testo legislativo.
Come è noto, si tratterebbe della quinta riforma del sistema elettorale che viene portata alla discussione parlamentare negli ultimi trent’anni, rappresentando un vero e proprio record che nessuno dei Paesi a “democrazia matura” è in grado di contendere al Bel Paese. Delle quattro riforme precedenti, ben due sono state dichiarate costituzionalmente illegittime. Non potrà sfuggire che tutto ciò esprime già di per sé un’evidente anomalia che diventa ancor più macroscopica, se si tiene conto che entrambe le leggi precedentemente dichiarate incostituzionali prevedevano un meccanismo di “majority assuring” (garanzia della maggioranza), mediante la previsione di un premio di maggioranza. Orbene, la circostanza che ha dell’inverosimile è che, nel proporre l’ennesima riforma della legge elettorale, “i riformatori dell’ultima ora” non abbiano trovato di meglio che riproporre un sistema basato sulla “majority assuring” con tutti i rischi annessi e connessi non solo di natura tecnico-giuridica, ma soprattutto in termini di credibilità del sistema democratico dei partiti.
In ogni caso, alla luce dell’attuale quadro politico, pur superando gli eventuali profili di illegittimità costituzionale, potrebbe verificarsi un sostanziale pareggio tra gli schieramenti, rafforzando inevitabilmente le posizioni politiche estreme (di destra e di sinistra). Difatti, dopo il voto si avrebbero due possibilità: ripetere le elezioni, per l’incapacità di formare una maggioranza, oppure costruire coalizioni post-elettorali dipendenti dalle forze estremiste.
Per ovviare a tutto ciò, soltanto, l’introduzione del sistema del ballottaggio di coalizione, ancora del tutto possibile, che ha dimostrato di funzionare in altre tipologie di competizioni elettorali, darebbe la possibilità di dare vita alla costruzione di maggioranze legittimate e solide, senza affidarsi agli umori di Vannacci o Di Battista.

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