Ci sono due modi di stare al mondo. E oggi, più che mai, si vedono chiaramente anche tra i giovani.
Il primo lo aveva raccontato con lucidità e una certa amarezza Michele Serra ne “Gli sdraiati”. Ragazzi distesi, nel corpo e nella testa. Sdraiati sul divano, ma soprattutto sdraiati dentro la vita.
Non perché siano incapaci, ma perché sembrano aver rinunciato in anticipo. Rimandano, evitano, galleggiano. Vivono in una dimensione astratta, dove tutto è sempre rinviabile, dove il futuro è una parola troppo grande per meritare attenzione.
Poi ci sono gli altri. Meno rumorosi, meno raccontati, spesso invisibili. Quelli che non stanno fermi. Che si alzano presto, anche quando non ne avrebbero voglia. Che lavorano nei giorni di festa, mentre gli altri scrollano video. Che prendono un treno, un aereo, una valigia qualunque, e provano a capire come si sta nel mondo, non solo dentro uno schermo.
Non è una questione di talento. È una questione di postura. Di atteggiamento. Di fame.
I primi aspettano. Aspettano che qualcosa succeda. Che arrivi l’occasione giusta, il momento giusto, la condizione perfetta. Nel frattempo riempiono il tempo con contenuti che scorrono via senza lasciare traccia. Pensano di conoscere il mondo perché lo guardano. Ma guardare non è vivere.
I secondi, invece, non aspettano quasi mai. Sbagliano, certo. Fanno scelte imperfette, spesso difficili. Ma si muovono. E nel movimento imparano. Non chiedono continuamente protezione, non cercano una giustificazione per ogni caduta. Sanno che il mondo non è gentile, e proprio per questo provano ad arrivarci preparati.
In mezzo a queste due categorie c’è una responsabilità che non si può ignorare. Quella degli adulti.
Perché è troppo facile prendersela con i ragazzi e poi, allo stesso tempo, costruire attorno a loro un sistema di protezione totale. Genitori che intervengono sempre, che giustificano tutto, che spiegano ogni errore come se fosse inevitabile. Genitori che confondono l’amicizia con il proprio ruolo, dimenticando che educare significa anche dire dei no, lasciare spazio alle conseguenze, insegnare che la vita non concede sconti.
Se un ragazzo cresce senza mai sentire il peso delle proprie scelte, difficilmente saprà reggerlo quando quel peso arriverà davvero.
E arriva, sempre.
Per questo gli “sdraiati” non sono soltanto una generazione. Sono anche il prodotto di un’educazione che ha avuto paura di essere esigente. Che ha preferito proteggere invece di preparare. Che ha scelto di evitare il conflitto invece di affrontarlo.
Ma sarebbe un errore fermarsi qui. Perché accanto a chi resta fermo c’è chi, ogni giorno, prova a costruire qualcosa.
Ci sono ragazzi che partono da zero e lavorano senza orari. Che accettano sacrifici che nessuno racconta. Che sognano di vedere il mondo non attraverso un algoritmo, ma con i propri occhi. Che si sporcano le mani, che imparano una lingua, che cambiano città, che sbagliano strada e poi la ritrovano.
Sono loro, oggi, la vera risposta a chi pensa che questa generazione sia perduta. Non lo è. È divisa.
Da una parte c’è chi si è abituato a vivere per inerzia, convinto che basti esserci per meritare qualcosa. Dall’altra c’è chi ha capito che il mondo non regala nulla e che, se vuoi un posto, devi prendertelo.
La differenza è tutta lì. Non nel punto di partenza, ma nella direzione.
E forse il problema più grande non è che esistano gli “sdraiati”. È che troppo spesso li giustifichiamo, li assolviamo, li accompagniamo in quella posizione invece di costringerli ad alzarsi.
Perché la verità, quella che non piace dire, è semplice: restare sdraiati è comodo. Alzarsi è faticoso.
Ma è l’unico modo per vivere davvero.
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