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La “questione giustizia” rappresenta il fattore decisivo per il futuro politico sia di Giorgia Meloni che dell’amico d’oltreoceano Donald Trump.

Il risultato del referendum costituzionale sulla separazione delle carriere condizionerà l’azione dell’attuale esecutivo, oltre al fatto che una vittoria del fronte del No, certamente modificherà il quadro politico italiano come l’esperienza di Matteo Renzi del 2016 docet. Invece più complessa la “partita di Trump” con la Corte Suprema americana dopo la sentenza di stop dei dazi a fine febbraio, la cui portata dirompente è stata poco considerata dai media e dall’opinione pubblica.
“La rivoluzione politica trumpiana” o “l’involuzione Trumpiana”, a secondo dei punti di vista, finora, si è basata sull’appoggio della Corte Suprema a maggioranza “originalista”, la quale ha avvallato la politica della Casa Bianca in ottemperanza a quella teoria giuridica, battezzata “unitary executive” (teoria dell’esecutivo unitario), che vorrebbe far attribuire al Presidente un controllo totale sul governo e l’apparato amministrativo federale.
Secondo tale concezione, l’articolo II della Costituzione statunitense dispone che tutto il potere esecutivo sia concentrato nelle mani di «una, e solo una, persona, il presidente» e che i funzionari amministrativi ed esecutivi agiscano soltanto come delegati soggetti al suo controllo”.
Per cui attraverso l’anzidetta impostazione si ritiene, dunque, che tutte le decisioni dei dipartimenti e delle agenzie del potere esecutivo, siano esse di natura militare, regolamentare o giudiziaria, debbano essere prese «conformemente alla volontà del presidente» e soggette alla sua direzione e al suo controllo”.
Pertanto, con gli “executive orders” e la decretazione emergenziale (vedi National Emergencies Act e l’International Emergency Economic Powers Act), Trump ha reso possibile avviare quel processo politico, fortemente sostenuto dal partito Maga di “decostruzione dello stato amministrativo” ed “usurpazione dei poteri” nell’ottica di un “neo-autoritarismo democratico”.
Difatti, come è stato scritto da Adam Liptak, senz’altro il più autorevole commentatore delle decisioni del più alto organo giudiziario statunitense, sul New York Times: «La Suprema Corte ha consentito all’amministrazione di licenziare decine di migliaia di dipendenti pubblici, congedare i militari transgender, porre fine alle tutele per centinaia di migliaia di migranti provenienti da Paesi devastati dalla guerra e spostare radicalmente il potere dal Congresso al Presidente - spesso con scarse o nessuna spiegazione su come sia giunta a tali decisioni».
Nel frattempo, l’intervenuta sentenza del 20 febbraio andrebbe in direzione contraria, avendo stabilito che il potere di imporre dazi rientra tra le prerogative costituzionalmente attribuite al Congresso USA e non può essere esercitato dall’Esecutivo in assenza di una delega chiara e specifica.
Quale significato dare all’anzidetta decisione? 
Forse (è tutto da verificare) essa rappresenta, considerato che finora la Corte ha sempre di fatto evitato di scontrarsi veramente con la Presidenza adottando decisioni del tutto interlocutorie, il primo serio tentativo di porre un limite all’usurpazione delle prerogative del Congresso da parte dell’amministrazione Trump, fra cui spicca oggi più pericolosamente che mai anche l’appropriazione della prerogativa di dichiarare la guerra.
Con le prossime decisioni si avrà un quadro più chiaro, come per esempio con il caso “Trump v. Slaughter”, essendo un momento indubbiamente importante, sia perché la Corte ha deciso, per la prima volta, di giudicare nel merito una controversia relativa alla legittimità del licenziamento di un impiegato federale da parte dell’Amministrazione Trump sia in relazione alle possibili conseguenze “di sistema”, atteso che sullo sfondo si stagliano i (nuovi?) confini delle prerogative presidenziali e, forse, gli stessi equilibri costituzionali della separazione tra i poteri. Di conseguenza il rischio è quello che il “monarca repubblicano” del 1787 si possa trasformare in ciò che i padri fondatori credevano di essersi lasciati per sempre alle spalle, ovvero un re assoluto.
In tale ottica, quindi, non sarà più possibile procrastinare il vero tema centrale della contemporaneità dei paesi democratici, che va, quindi oltre gli Stati Uniti, ovvero di stabilire quali sia il rapporto tra legittimità e sovranità da cui si ricava il perimento dei singoli poteri. 
Più sovranità (del Presidente) può davvero significare più tutele (per i cittadini)?

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