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Nell’ambito della suddivisione amministrativa del Regno delle Due Sicilie i “Bulletino delle leggi del 1811” di Gioacchino Murat decretarono l’innalzamento del Comune di Spezzano Albanese a capoluogo del circondario (Tarsia, Terranova da Sibari, San Lorenzo del Vallo e Spezzano Albanese), collocandosi in posizione di terzo livello, intermedio tra il distretto e l’ente comunale.

Benché nelle funzioni del circondario ricadevano esclusivamente quelle dell'amministrazione della giustizia, l’anzidetto provvedimento “Napoleonico” non rappresentò altro che il riconoscimento formale della centralità politico-amministrativa, economica e culturale assunta, rispetto ai paesi limitrofi, della cittadina arbëreshe il cui ruolo di preminenza è stato confermato per altri due secoli circa fino alla chiusura nell’anno 2015 del Giudice di Pace.
In effetti, la soppressione “dell’Ufficio Giudiziario albanese”, oltre ad aver cancellato -tout court- la storia di un presidio di Giustizia e legalità che tanto ha contribuito al progresso dell’area comprensoriale, ha simbolicamente sancito, altresì, la fine di quella “posizione egemonica” del centro spezzanese, il quale, da almeno 15 anni circa (forse qualche lustro in più), registra segnali evidenti di un processo di retrocessione civile dai confini, ancora, indefinibili.
In altre parole, il più grande centro arbëresh d’Italia nel complesso arretra ad una velocità superiore a quella degli altri paesi di pari dimensioni. 
Più che una comunità sembra un quartiere anonimo di periferia di una grande città la cui vita è dettata (e/o scandita) da soggetti, eventi e fattori esterni al paese stesso, essendo stata anestetizzata ogni forma di relazione sociale e spirituale a causa una crisi politica autoreferenziale, un collasso economico stagnante ed un inaridimento sociale e culturale senza precedenti. 
A spezzano Albanese, ormai, sono palesemente venuti meno (quasi) tutti quegli spazi fisici e simbolici in cui i membri di un gruppo (o centro urbano) si riconoscono, condividono una storia comune, esprimono valori e costruiscono relazioni, trasformando lo spazio in un "linguaggio" che parla della loro cultura, delle loro abitudini e dei loro progetti collettivi. 
La “crisi spezzanese” costituisce, il sottofondo ricorrente delle “tavole e dei salotti” cittadini, nonché il tema di discussione prevalente dell’opinione pubblica locale, veramente inquieta ed allarmata dallo “stato di degrado” del paese, oggetto di risonanza mediatica, ormai, quasi esclusivamente, per episodi di cronaca nera. 
La “Spezzano del passato” dell’avanguardia, del progresso, della cultura, dello “struscio”, del divertimento, della mondanità non tornerà più.
Di chi è la colpa? 
Di tutti. Nessuno escluso.
Purtuttavia, il futuro della comunità certamente non dipenderà dagli spezzanesi o dalla classe politica o dal ceto dirigente (in senso lato) arbëresh perché il destino è già scritto, come quello di migliaia di piccoli centri dell’Italia meridionale (e non solo) il cui processo di desertificazione appare irreversibile, come crudamente riporta l’aggiornato Psnai (piano strategico nazionale aree interne).
Difatti, pur non essendo previsto dal piano, al momento (anno 2021-2027), il coinvolgimento diretto del comprensorio tra quelli oggetto di intervento, il medesimo territorio, alla luce del trend generale, oltre che degli indicatori specifici, non resta estraneo al suddetto processo medio-tempore. 
Prenderne anno sarebbe già un passo avanti. 

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