È tempo di rientri e ritorni, e anche il ritorno è un viaggio: metaforico e reale. Fra partenza e rientri post ferie estive è, per me, forse un po’ troppo attenta alle sfumature e ai dettagli, rincorro sempre qualche fugace e a volte persistente malinconia, come vivere due vite.
Che si somigliano, eppure differenti. Si svolgono, oltre che alle latitudini, a tratti ridondanti, del mio io, anche a sud e a nord dell’anima. Perché la mia non è proprio o solo una vacanza: è un ricongiungimento, familiare ed esistenziale. È un altro modo di vivere ed essere, o forse è solo l’effetto vacanza, ma ogni volta che sono in Calabria, a Terranova, mi viene la voglia di non partire, di non tornare a Limbiate, dimenticare che Limbiate è casa, anche! Immagino una casa nel rione Terra, fra i suoi disincantati e bellissimi vicoli, o un ritorno alla Zafferana, ma l’eco del vociare in via Carlo Alberto si è spento già da un po’, alla Terra persiste. I suoi odori, i suoi panni stesi, le signore sull’uscio della porta, che forse hanno carpito inconsapevolmente il segreto dell’esistenza, mi inducono a desiderare di poter sostare. “E per un istante ritorna la voglia di vivere a un’altra velocità”. Gli ultimi giorni vissuti a Terranova rappresentano, quindi, per me un fermento di nostalgie e rimpianti, o meglio possibilità: di un’altra vita. E non mi riferisco esclusivamente ai miei affetti, mia madre, i miei amici, la tomba di mio padre, ma proprio ai luoghi fisici, anch’essi luoghi dell’anima. I rioni e la piazza. Come l'Agorà, dove tutto si svolge all’interno e all’esterno di me. Lasciare la piazza, la rovente piazza, è stato ancora un po’ più difficile, questa volta. Come lasciare approdi felici. Eppure anche questo anno è stata partenza e rientro. A casa, dove si svolgono le mie giornate per ciò che sono e non per ciò che avrebbero dovuto/potuto essere: dove vivo. Partono da subito, come sempre, le pulizie e qualche cambiamento: che la vita corre veloce, ed è tempo di mettere via qualche gioco, creando spazio. Accogliendo questo settembrino che si preannuncia. Le cose, ancora una volta, lentamente, presettembrine, prendono forma. I fiori tornano sul tavolo, riordino di libri, in attesa di una nuova libreria, i vetri da lavare, le tende da cambiare, una nuova piantina come arredo, la stanza di Ginevra che si riveste sempre più di fermenti adolescenziali. E i dettagli, curati, sono bellezza, sono premura. La casa limbiatese ridiventa casa, senza aggettivi in realtà: casa e basta. Terranova, la piazza, i vicoli, qualcosa che è e sarà sempre sulla pelle. Non assenza: sensazione fisica. Come avere sempre un foulard di protezione, contro le faringiti della malinconia, ma il mio nido ridiventa casa. Mi ha attesa, mi riabbraccia, mi sussurra “Bentornata”. Così come mi accolgono e salutano la vicina di casa, il bar e la boulangerie di quartiere. Come ricreare suggestioni e abitudini. Come restare fedeli a se stessi, a sud e a nord dell’anima. Perché sono i piccoli piaceri che creano bellezza. Le sacre abitudini, le oasi, se pur momentanee, di quiete. I piccoli mondi antichi esplorati, che creano la base di ogni poesia.
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