É ancora una volta, in questa domenica di febbraio, soleggiata e che rimanda a marzo, il suono delle campane che risveglia in me sentori poetici. Come la poesia crepuscolare, la quale riscopre il quotidiano, è in esso che vi è insita ogni poesia così come ogni malinconica tristezza.
È questo suono domenicale, così ricorrente, così eterno, che attraversa la provincia, da sud a nord, e in qualche modo la cristallizza, un topos letterario e dell’anima. Rimanda questo suono alla spiritualità e alla nostalgia, alla gioia comunitaria così come al presagio funebre. Per me è quiete, è lentezza, è domenica, è malinconia e assenza, e le assenze sono sempre un assedio (per dirla con Pietro Ciampi). È quotidiano che assurge a poesia, è come se in quei rintocchi, sempre così fedeli a loro stessi, ripercorressi altri rintocchi, altre domeniche, tutti gli altri rintocchi, tutte la altre domeniche. E altri simboli si fondono in esso, nelle strade imperversa il carnevale. È un po' come la festa del paese il giorno della festa. Nella mia stanza irrompe il sollazzo di una maschera, non cedo alle sue lusinghe: troppo raffreddata per inseguire l’eco della festa. Resto sul divano, guardo Ghost, sulla scia di un San Valentino appena trascorso. E se è vero che se preferisce la partita e la birra fredda a te è vero uomo, è altresì vero che se rivede per l’ennesima volta Ghost con te è sicuramente vero amore.
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