Navanteri

C’era una volta una foresta ed un incendio ed il conseguenziale e concitato scappa e fuggi degli animali, abitanti la foresta. Un piccolo, e forse ingenuo, colibrì decide di porre a suo modo rimedio alla catastrofe impellente. Decide di buttare acqua sul fuoco, servendosi delle sue ali, per volare, alla ricerca di acqua, e del suo becco per trasportarla.

Bnl

Il leone, Re della foresta, irride, con una certa protervia, il piano del colibrì, che pur tanto si era prodigato, come farà, con il suo piccolo becco, lui fragile e spaurito, se pur speranzoso colibrì, a salvare la foresta? Io, a dire il vero, non so come finisca questa favola, non so se il colibrì sia riuscito nel suo intento o se il leone, se pur arrogante, ha avuto una qualche ragione. So, però, che ogni storia ha una sua morale ed un suo insegnamento, e che un colibrì può insegnarci l’importanza dell’esserci e del prendere parte, anche quando l’impresa è ardua. Non è sempre facile prendere parte e sapere qual è la cosa giusta da fare, però ognuno/a di noi è tenuto/a ad agire, ad aiutare, a non sottrarsi. Sono diversi i modi in cui la vita ci chiede di esserci e prendere parte, e a volte, forse tutti/e, ci sentiamo come il colibrì, perché due fragili ali bastano per poter volare. Diversi sono, anche, i modi di spiccare il volo. A volte basta l’innata poesia che alberga nelle carezze: quelle date sull’anima. Può bastare, per raggiungere un’anima, una favola. La favola del colibrì è stata quella che mia madre narrava a mio padre, suscitando in lui divertimento e risate, anche lui, mio padre, sempre un po’ scugnizzo, non poteva che ridere difronte ai propositi salvifici del piccolo colibrì. Ed in una stanza, dove si presume i giorni siano tutti uguali, i giorni sono stati diversi: bisogna sapersi ingegnare. In quella stanza, che ora è abitata dal vuoto e dal ricordo, attraverso la viva voce di mia madre, un uomo ha potuto trovare conforto e sollievo, o forse “solo” tenerezza, quella tenerezza che scalda, che allevia, che tiene compagnia. Non credo possa esistere atto d’amore più grande dell’esserci, del non voltarsi dall’altra parte, del condividere la sofferenza di un altro essere umano, qualunque essa sia, senza permettere che i giorni logorino i giorni, sottraendo giorni alla morte. La morte, lei sì superba ed arrogante, come un gerundio, però arriva. E non c’è ipotesi di volo che possa fermarla, non bastano tutti i colibrì della foresta a trovare una qualche soluzione ad essa, a rimandarla, a sospenderla. Ed anche tu, caro Peppino, caro papà, amico mio, sei andato via, vestito come “Uno sposo di campagna”, perché al cospetto della morte ci si presenta sempre con umile e ricercata eleganza. Il colibrì non ha saputo salvarti, l’incendio della perdita è divampato. Niente, però, è stato sprecato. Dove c’è cura e presenza c’è amore. Ed in questo mondo sempre distratto, asservito ai potenti così come ai propri egoismi, è sempre più difficile riconoscere il dolore nello sguardo altrui, e saperlo e volerlo condividere. Non facciamo spazio, ancorati nelle nostre stupide ragioni, invece dovremmo saper improvvisarci tutti/e vulnerabili e sognatori colibrì, che per salvare una foresta o un’esistenza può bastare una favola, una parola, un “trascorriamo del tempo assieme?”, un esserci delicato, e non sempre recriminante. Per “Rubare gioia ai giorni futuri”, per dirla con Majakovskij. Se pur afflitti da incombenze quotidiane e logorii esistenziali, bisogna saper vivere con l’altro/a, non solo condividere la stessa casa. La vita non è solo occuparsi del lavoro e della casa, non si parla con il coniuge solo di bollette e figli, altrimenti meglio stare soli, ci si regala poesia, cercando, se pur con fragili ali, di compiere il sogno del colibrì.

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