In giorni grigi, dominati dal maestoso inverno, è facile smarrirsi nei propri rimpianti e nelle proprie nostalgie. Nostalgia e malinconia non sono proprio la stessa cosa. Se la nostalgia è l’assenza, anche dolce, spesso dolorosa, di qualcosa di specifico, come persone, luoghi, cose; la malinconia è, invece, qualcosa di più astratto, che sembrerebbe esistere senza ragione alcuna.
Come semplicemente viversi in quanto essere malinconico. Io, da sempre, sono affetta da entrambi gli stati d’animo, nostalgia e malinconia mi abitano. Siccome non sono del tutto votata al martirio, esse sono divenute non solo dolore e assenze, reali e astratte, assenze date da ciò che è stato e da ciò che non è stato e mai più potrà essere, ma anche amiche e confidenti, rifugio poetico, metro di giudizio per ciò che realmente conta, cartina di torna sole, ciò che vale la pena ricordare e ciò che di contro potrà essere relegato all’oblio, alleate quindi, nostalgia e malinconia, nel districarmi complicato delle emozioni e delle cose della vita. E le cose della vita sanno essere complicate assai, e non sempre i rifugi poetici bastano per affrontarle e sostenerle. Di contro, senza poesia, alcuni giorni lunghi, freddi e grigi di fine gennaio sarebbero indifendibili nella loro pretesa di scorrere senza un senso. Il quotidiano logora la poesia, la fagocita, l’annulla, e sulla coppia e le sue continue destrutturazioni Antonioni e Vitti si sono magistralmente espressi, eppure l’ unico universo che abitiamo è questo quotidiano, è questo smisurato presente. Con le incombenze del presente, e qualche acquisto dell’ultima ora, che per casa serve sempre qualcosa (soprattutto se attraverso un acquisto ti viene data la possibilità di vedere la Champion’s, poi quanto uno Juventino possa essere entusiasta di vedere la Champion’s!). L’acquisto di fine gennaio è una nuova tenda per il bagno. La sua ricerca vede me e mio marito, improvvisamente, perderci nei nostri ricordi, nelle case abitate, e che ci hanno abitato, da sud a nord, da Cosenza a Milano, i precedenti acquisti, smarriti, protetti, custoditi, narrano ciò che siamo stati. Ciò che siamo ancora, se pur “ammaccati”, che troppe volte la vita ha saputo piegarci. E la tenda la troviamo: è azzurra, con le stelline. Su di essa spicca l’accappatoio arancione di Ginevra: prosieguo di ogni noi. Azzurro e arancione: un contrasto. Come contrastano quotidiano e poesia. Eppure si amalgamano, come resurrezioni laiche, perché “morire quanto necessario, senza eccedere. Rinascere quanto occorre da ciò che si è salvato”, W. Szymborska.
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