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L’estate, ancora in corso, del 2026, oltre ad essere ricordata, allo stato, fra le più calde (e altre ancora roventi ci saranno) sarà ricordata come quella dei femminicidi. 
È stata, difatti, segnata da una (nuova) ondata di violenza di genere. Almeno otto le donne uccise tra luglio e agosto, tra cui sei (sei) femminicidi (sì, femminicidi, quelli che secondo il generalissimo, al secolo Vannacci, non esistono!) concentrati nei giorni intorno a Ferragosto.

E, come dimostrano i recenti fatti di cronaca, la violenza non si è certo fermata a fine agosto (e in ogni caso una sola donna uccisa è una donna uccisa di troppo!). 
Giovedì tre settembre Lorena Isceri è stata uccisa dal suo ex compagno: l’ha rapita, chiusa nel bagagliaio dell’auto e infine gettata (gettata! Come se fosse stata meno di un oggetto!) da un viadotto. Se fosse successo a un gatto o un cane, le associazioni animaliste, e non solo, giustamente avrebbero fatto le barricate! Ma è stata uccisa “solo” una donna. Un’altra, di troppo, l’ennesima, dall’ex compagno (sequestrata, chiusa in un bagagliaio, gettata, ben al di là del ratto delle Sabine!). Come una storia già scritta. Come un’eterna replica a teatro. Lorena ha lottato fino all’ultimo, che dolore e che rabbia pensarlo! Lorena è morta. Così come è morta Tania Terrin (uccisa dall’ex compagno), Joanna Rouissi (uccisa dal marito), Ornella Forastefano (uccisa dal suo compagno), Daniela Florea (uccisa dall’ex compagno). Ed è del tutto inutile urlare al “gettate le chiavi” del giorno dopo, bisogna prevenire prima: educando al rispetto, liberandoci da pregiudizi, e non confondendo amore e possesso. L’istinto feroce di repressione non è giustizia, è vendetta, e non serve a nessuna, e obbedisce allo stesso istinto che fa uccidere. Quindi, nel volere la testa del reo, non state prendendo le distanze, vi state solo mostrando uguali. Non è servito e non serve l’ergastolo per il femminicidio, come purtroppo abbiamo visto. Servirebbe, invece, che la politica, le istituzioni tutte, la società civile, si prendessero le proprie responsabilità. Attraverso parole non sessiste (che nel nostro parlamento peggio “dei peggiori bar di Caracas”), distanze da attacchi gratuiti alle donne per la vita sessuale (ancora!) e per tutto, politiche che conciliano maternità e lavoro (e no, Signora Presidente del Consiglio, anche se lei avrebbe preferito Signor Presidente, giusto appunto, e “Le parole sono importanti”, il suo esempio non vale! Si chiama Lotta di classe? Ne ha mai sentito parlare? La conosce? E chi dovrebbe sanare questo divario? Lei! E il suo governo dei migliori! E no, non basta essere donna per fare politiche per le donne: lei non ne ha fatte!) e bisognerebbe abolire le disparità salariali e non considerare le donne come caregiver (il governo della e per la famiglia!). È ora, ed è tardi, che vi sia un radicale cambiamento culturale. E non vogliamo essere protette, rispettate! Non abbiamo bisogno di nessun patriarcato mediterraneo (ma che roba è?). È ora, ed è tardi, che si mobilitino gli uomini (le donne si sono emancipate, gli uomini sono rimasti stupidi. G. Marx), perché anche chi non alzerebbe mai un dito contro una donna, magari nel suo privato ha troppo spesso alzato la voce, fatto pesare, più o meno velatamente, la propria posizione economica, ha offeso o umiliato e, come un bambino mai cresciuto, messo bronci o si è sottratto a confronti. È da ciò che si inizia: nessuna prepotenza perché maschio! Dissociatevi, scendete in piazza, riflettete sul fatto che le donne non sono una proprietà, che sia per un’ora o per sempre, solo con il consenso. E spiegatelo a Vannacci. Noi siamo stanche (e troppe morte).

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