Molto spesso la letteratura precorre i tempi e ha in sé un qualcosa di profetico che, a distanza di anni, è verificabile quasi con logica lucidità. Certo, Charles Dickens, nel lontano 1843, non avrebbe mai immaginato che il suo “A Christmas Carol” (“Canto di Natale”) contenesse la descrizione dei gelidi uomini d’affari del XXI secolo;

così come il grande autore inglese non avrebbe potuto minimante sospettare che il suo programma ideologico potesse essere un’ottima soluzione per uscire, non dico indenni ma comunque sopravvissuti, dal pantano economico, politico e culturale in cui ci ritroviamo per palese colpa di figure più o meno losche (salvo le doverose eccezioni) che hanno occupato in questi ultimi decenni gli scranni del potere.
Penetrando con maggiore incisività nelle idee di Dickens emerge un programma politico- ideologico realmente all’avanguardia e perfettamente sintetizzato da Alex Falzon nell’Introduzione all’edizione Mondadori dei “Racconti di Natale”: «Più che cambiare le strutture della società, egli mirava a mutare l’anima del singolo cittadino; Dickens non credeva nella rivoluzione perché questa avrebbe portato soltanto a delle alterazioni in superficie senza sconvolgere, a livello profondo, la  condotta etico- morale dell’individuo».
Ecco allora che nulla è più efficace per combattere una qualsiasi forma di decadenza (e mai come oggi siamo sull’orlo del baratro) che l’intervento sul singolo individuo piuttosto che su una determinata categoria o sull’intera società. In fondo, si tratta di un principio evangelico: ognuno di noi è chiamato ad essere «lievito» nel mondo in cui vive.
Basta poco per verificare, se anche ce ne fosse bisogno, la veridicità di quanto detto: Ebenezer Scrooge, protagonista di “Canto di Natale”, «con […] pugno di ferro […] teneva il timone, e […] sapeva spremere, torcere, afferrare, grattare, ammassare, strappare, da quel vecchio e avido peccatore che era». Non potrebbe esserci descrizione migliore per tracciare il ritratto di alcuni manager delle più importanti multinazionali, di taluni banchieri o ministri.
Pare proprio che determinate categorie siano destinate a sopravvivere addirittura ai secoli per perpetrare questa loro funzione di “spremitura” sociale. Ma, riflettendo bene, si tratta di vite aride, sostanzialmente vuote e forse monotone, non capaci di godere dei semplici piaceri quotidiani e delle gioie del Natale.
Tuttavia anche il rapace Scrooge è posto dinanzi alla possibilità di redimersi: l’incontro con il fantasma del suo defunto socio Jacob Marley prima e dei Natali (del passato, del presente e del futuro) poi, unito al timore del suo destino oltremondano, lo conducono a subire una «dolorosa temperata» (tanto per citare la “storia della matita” descritta da Paulo Coelho nel suo “Sono come il fiume che scorre”) che rende il vecchio uomo d’affari gioviale, cortese e praticamente irriconoscibile rispetto al passato.
Vorrei aver trasmesso a voi, cari lettori, queste mie considerazioni con lo stesso spirito e nelle stesse circostanze descritte dal già citato Falzon: «Siamo all’essenza dell’uomo vittoriano, nel centro vitale del suo nucleo sociale: la famiglia seduta in cerchio intorno al camino. E se qualcuno racconterà una storia di fantasmi, nessuno avrà paura perché cosa al mondo, in un momento simile, potrebbe recar loro danno e strapparli da un tale senso di comune benessere?».
L’augurio più sincero è che ognuno di noi, in queste feste, possa cancellare ciò che di turpe alberga nella propria anima incontrando, come Scrooge, il “fantasma” della nostra coscienza e ascoltando docilmente il suo richiamo ad una condotta giusta, solidale e felice.

Autore: Charles Dickens
Editore: Bur
Collana: I Classici Blu
Pag. 125
ISBN: 88- 17- 15090- 8

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