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Siamo nel meridione, in Calabria, nelle colline del crotonese precisamente nel paese che sembrerebbe essere il sito dell’antica città di Krimisa.
Una storia che abbraccia un secolo visto attraverso gli occhi di una famiglia calabrese, gli Arcuri. Gli Arcuri si presentano come instancabili difensori della propria terra, come i detentori di valori semplici e tradizionali che non si lasciano piegare dalle difficoltà che la vita gli sbatte in faccia. Una famiglia unita che riesce a sopportare tutto senza essere sconvolta dal vento impetuoso della storia. Il dialogo tra le generazioni è la loro forza.
Nel corso di questo secolo subiscono i soprusi del latifondista locale, del podestà durante il periodo del fascismo e della mafia fino ad arrivare nel periodo più recente quando si trovano a dover lottare contro i pericoli che si celano dietro i cosiddetti signori del vento. Carmine Abate ribadisce più volte di non essere contro le nuove forme di energia, che sono di certo fonte di energia pulita ma rischiano, a causa di un uso indiscriminato, di trasformarsi nell’ennesima minaccia pronta a violentare la terra calabrese.
Arturo è il personaggio della famiglia più fermo nei propri valori, un contadino comunista. Una vera «capatosta».
Personalità semplice e ben piantata nelle sue certezze. Ma come tutti gli individui, anche i personaggi di questo romanzo sono percorsi da dubbi, inquietudini e incertezze.

Il desiderio di migliorare la propria condizione di povertà, la tentazione di fuggire, la voglia di restare, la paura e il dovere di resistere sono presenti in tutti i personaggi. Rino è l’ultimo della famiglia, ha abbandonato il suo luogo d’origine per un altro mondo, per un’altra vita. Ma ora attraverso i racconti di suo padre diviene l’ultimo difensore del Rossarco. Il lettore si chiede spesso quale sarà la scelta di Rino. Deciderà di tornare, di difendere la collina rossa come ha fatto suo padre prima di lui? Oppure continuerà la sua vita lasciandosi alle spalle tutto? Rino alla fine fa la sua scelta, personalmente mi sarebbe piaciuto leggere di una scelta più netta, ma non voglio svelare il finale.
Carmine Abate inserisce nel suo libro due personalità: Paolo Orsi e Umberto Zanotti, realmente esistiti e a lui cari poiché hanno nel corso della loro vita preso di petto la questione meridionale, che fin dall’inizio è sullo sfondo di questa storia. Uomini del nord che, dice Abate, sin dall’inizio guardano la Calabria senza gli occhi del pregiudizio, scrutandone non solo gli aspetti negativi ma anche quelli positivi.
Ne leggere il romanzo si respira un forte attaccamento alla propria identità per cui il recupero della memoria storica, aspetto c entrale della storia, non è mai retorico o nostalgico. La memoria ha senso poiché serve al presente. La memoria viene usata per evitare errori del passato oppure per far intraprendere ai giovani strade lasciate aperte dai nonni se queste erano buone e percorribili per un vero progresso.
Per Carmine Abate ritornare alle proprie radici è fondamentale per non perdere pezzi importanti di noi, anche se si ha con esse un rapporto conflittuale.
Per lo stesso motivo la collina appare come un vero e proprio personaggio, sembra avere un’ anima, un corpo e una voce, che si esprima con il vento della collina. Per Abate anche i luoghi esigono fedeltà, se vengono abbandonati prima o poi si fanno vivi per ricattarti con la storia segreta che ti lega a loro, e se li tradisci, la liberano nel vento sicuri che ti raggiungerà per sempre anche in capo al mondo.
Il libro è pervaso da un specie di motto: viviamo in maniera profonda le nostre radici, che per Abate si trovano nel suo paese arbëresh della Calabria e ancor più nella sua lingua arbëreshe che definisce fieramente come la sua madre lingua.

La collina del vento
Carmine Abate
Mondadori
ISBN 9788804608769
Prezzo 17,50
Siamo nel meridione, in Calabria, nelle colline del crotonese precisamente nel paese che sembrerebbe essere il sito dell’antica città di Krimisa.
Una storia che abbraccia un secolo visto attraverso gli occhi di una famiglia calabrese, gli Arcuri. Gli Arcuri si presentano come instancabili difensori della propria terra, come i detentori di valori semplici e tradizionali che non si lasciano piegare dalle difficoltà che la vita gli sbatte in faccia. Una famiglia unita che riesce a sopportare tutto senza essere sconvolta dal vento impetuoso della storia. Il dialogo tra le generazioni è la loro forza.
Nel corso di questo secolo subiscono i soprusi del latifondista locale, del podestà durante il periodo del fascismo e della mafia fino ad arrivare nel periodo più recente quando si trovano a dover lottare contro i pericoli che si celano dietro i cosiddetti signori del vento. Carmine Abate ribadisce più volte di non essere contro le nuove forme di energia, che sono di certo fonte di energia pulita ma rischiano, a causa di un uso indiscriminato, di trasformarsi nell’ennesima minaccia pronta a violentare la terra calabrese.
Arturo è il personaggio della famiglia più fermo nei propri valori, un contadino comunista. Una vera «capatosta».
Personalità semplice e ben piantata nelle sue certezze. Ma come tutti gli individui, anche i personaggi di questo romanzo sono percorsi da dubbi, inquietudini e incertezze.

Il desiderio di migliorare la propria condizione di povertà, la tentazione di fuggire, la voglia di restare, la paura e il dovere di resistere sono presenti in tutti i personaggi. Rino è l’ultimo della famiglia, ha abbandonato il suo luogo d’origine per un altro mondo, per un’altra vita. Ma ora attraverso i racconti di suo padre diviene l’ultimo difensore del Rossarco. Il lettore si chiede spesso quale sarà la scelta di Rino. Deciderà di tornare, di difendere la collina rossa come ha fatto suo padre prima di lui? Oppure continuerà la sua vita lasciandosi alle spalle tutto? Rino alla fine fa la sua scelta, personalmente mi sarebbe piaciuto leggere di una scelta più netta, ma non voglio svelare il finale.
Carmine Abate inserisce nel suo libro due personalità: Paolo Orsi e Umberto Zanotti, realmente esistiti e a lui cari poiché hanno nel corso della loro vita preso di petto la questione meridionale, che fin dall’inizio è sullo sfondo di questa storia. Uomini del nord che, dice Abate, sin dall’inizio guardano la Calabria senza gli occhi del pregiudizio, scrutandone non solo gli aspetti negativi ma anche quelli positivi.
Ne leggere il romanzo si respira un forte attaccamento alla propria identità per cui il recupero della memoria storica, aspetto c entrale della storia, non è mai retorico o nostalgico. La memoria ha senso poiché serve al presente. La memoria viene usata per evitare errori del passato oppure per far intraprendere ai giovani strade lasciate aperte dai nonni se queste erano buone e percorribili per un vero progresso.
Per Carmine Abate ritornare alle proprie radici è fondamentale per non perdere pezzi importanti di noi, anche se si ha con esse un rapporto conflittuale.
Per lo stesso motivo la collina appare come un vero e proprio personaggio, sembra avere un’ anima, un corpo e una voce, che si esprima con il vento della collina. Per Abate anche i luoghi esigono fedeltà, se vengono abbandonati prima o poi si fanno vivi per ricattarti con la storia segreta che ti lega a loro, e se li tradisci, la liberano nel vento sicuri che ti raggiungerà per sempre anche in capo al mondo.
Il libro è pervaso da un specie di motto: viviamo in maniera profonda le nostre radici, che per Abate si trovano nel suo paese arbëresh della Calabria e ancor più nella sua lingua arbëreshe che definisce fieramente come la sua madre lingua.

La collina del vento
Carmine Abate
Mondadori
ISBN 9788804608769
Prezzo 17,50

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