L’instabilità politica mondiale è ritornata ad essere motivo di attenta analisi e accesa discussione sulle principali testate giornalistiche internazionali, dal momento che il nuovo focolaio di guerra divampato in Iran condiziona, più o meno direttamente e sotto molteplici aspetti, le vite di noi tutti.
Si tratta di un conflitto previsto e prevedibile, più volte minacciato, altrettante pianificato, e ora tradotto in atto con uno strascico di destabilizzazione globale di cui continueremo certamente a pagare le conseguenze nel medio e lungo termine.
La geopolitica è materia ampia e complessa, camaleontica quanto basta per interpretare quell’intricato disegno che sta alla base di iniziative ‒ politiche, diplomatiche, economiche e militari ‒ che, pur consumandosi in latitudini diverse del pianeta, sono sottilmente connesse e riconducibili all’attività di Stati che espandono o contraggono strategicamente la loro influenza in nome del cosiddetto “interesse nazionale”.
Dinanzi a siffatto ginepraio di azioni, intenzioni e azzardi, le pagine di Realpolitik, accuratissimo saggio di Giampiero Massolo e Francesco Bechis, ci offrono uno strumento indispensabile per leggere tra le righe i messaggi di una realtà in continuo mutamento nella quale è oggettivamente difficile districarsi.
Gli autori elaborano il loro ragionamento a partire da un assioma di fondo che tenta di circoscrivere i confini teorici e pratici del già citato “interesse nazionale” di cui, con lodevole precisione, si fornisce la seguente definizione: «È l’obiettivo che uno Stato non può evitare di perseguire senza creare un danno alla collettività. È un atto di sintesi, una decisione politica per eccellenza che ne definisce i contenuti. Spetta ai governi compierla, e deve tenere conto di tanti fattori, anzitutto la geografia: un Paese risente in primis del contesto geopolitico nel quale è collocato. O ancora la cultura, l’indole dei cittadini, la storia».
Premesso ciò, Massolo e Bechis delineano l’attuale scenario geopolitico a partire dalla contrapposizione ‒ talvolta silente, talaltra muscolare ‒ tra gli Stati Uniti ‒ superpotenza a cui, sino a qualche anno addietro, era affidata la guida di un mondo essenzialmente monopolare ‒ e la Cina, rampante e prolifica nazione che punta a guidare il nuovo ordine mondiale. Tale contesa si concretizza su numerosi piani profondamente interconnessi tra loro: l’influenza politica, la deterrenza militare, il progresso tecnologico, l’espansione del commercio, l’approvvigionamento di materie prime, l’esplorazione dello spazio e finanche la competizione sportiva.
Sebbene non siano mancati momenti di rilevante tensione ‒ basti pensare alla spinosa questione dell’indipendenza di Taiwan ‒, un diligente esame del contesto induce a pensare che un devastante scontro diretto tra i due titani sia rimandato sine die, considerando che la politica cinese è strutturalmente proiettata a lavorare sul lungo periodo e che le economie di entrambi i Paesi sono, allo stato attuale, fortemente interdipendenti.
Così, al di là dei toni accesi e della inevitabile propaganda, mentre la Cina tenta di recuperare terreno per mezzo di ingenti investimenti in aree strategiche ‒ è il caso della tanto decantata Nuova Via della Seta ‒ o attraverso una progressiva penetrazione in zone da cui era tradizionalmente assente (Africa e Medioriente), gli Usa fanno quadrato attorno a se stessi adottando protezionismi economici e svincolandosi lentamente ma inesorabilmente dagli storici alleati, per abbracciare un moderno e pericoloso nazionalismo sintetizzato dal motto trumpiano “America First”.
Sullo sfondo di questo macro conflitto, si agitano altresì gli interessi di altre nazioni che, in un modo o nell’altro, tentano di favorire lo sviluppo di un modello geopolitico multipolare che consentirebbe loro di trovare il giusto spazio incuneandosi tra i due contendenti maggiori. Massolo e Bechis passano in rassegna le ambizioni e gli obiettivi di questi Paesi, tracciandone luci ed ombre, punti di forza ed elementi di fragilità. Ne emerge un quadro particolarmente frammentato di cui è doveroso segnalare alcuni aspetti: la Russia, benché dotata di armi nucleari, è ormai declassata a “potenza regionale”, esclusa da qualsivoglia corsa al primato a causa di un grave ritardo nel campo tecnologico e industriale; la Turchia di Erdogan gioca su più fronti, proponendosi come mediatrice nelle crisi internazionali ‒ ricordiamo en passant la vicenda del blocco del grano nei porti del Mar Nero durante le prime fasi della guerra in Ucraina ‒; le monarchie del Golfo (Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti), grazie a risorse economiche pressoché illimitate e a classi dirigenti più giovani e meno integraliste, si pongono come elemento stabilizzatore dell’area guardando, al contempo, verso l’Occidente e attirandone gli investimenti; l’Iran degli ayatollah, nonostante una devastante crisi economica, esercita influenza in Medio Oriente sguinzagliando a comando i suoi proxy (Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano e gli Houthi nello Yemen); la Corea del Nord, tra minacce nucleari e manovre militari, cerca sponde e consensi tra la Russia e la Cina; l’India, caratterizzata da pesanti contraddizioni sociali ma dotata di un immenso capitale umano, cresce a livelli elevati ed ambisce ad una primazia asiatica a scapito proprio del gigante cinese.
Grande assente nel panorama sin qui descritto risulta essere l’Unione Europea, potenza in potenza, ‒ il gioco di parole è ovviamente voluto ‒ che Massolo e Bechis tacciano di irrilevanza a motivo di carenze strutturali, riforme mancate e disomogeneità non superate.
In un mondo così variegato ‒ in cui l’interesse nazionale si condensa essenzialmente nella triade energia, mercati e sicurezza ‒ le nazioni si scontrano ininterrottamente in un gioco di potere, pesi e contrappesi in cui la guerra è soltanto una delle multiformi sfaccettature. A essa si affiancano armi ben più raffinate ma altrettanto incisive quali i cyberattacchi, l’utilizzo strumentale delle migrazioni di massa, l’acquisizione ‒ giuridicamente legittima ‒ delle aziende di un Paese, la speculazione sui titoli di Stato, la dipendenza tecnologica e, non ultimo, il condizionamento che determinate multinazionali riescono a mettere in pratica con pressioni tali da imporsi addirittura sulle politiche di uno Stato.
In un groviglio simile, il libro di Massolo e Bechis richiama al realismo e assume la funzione di una bussola utile a guidarci nella comprensione di fenomeni di cui siamo parte, pur non intravedendone la portata. Realpolitik è intriso di realismo e lungimiranza e ben si colloca tra le letture assolutamente necessarie per capire il presente e intuire il futuro, malgrado l’unica sintesi possibile che sovviene alla mente di fronte alle brutture della quotidianità sia quella del noto adagio latino mala tempora currunt, sed peiora parantur (“corrono brutti tempi, me se ne preparano di peggiori”).
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