L’ex assessore di Altomonte interviene sugli effetti dei Comuni sciolti per mafia

ALTOMONTE - «Commissariamento... No grazie! La Calabria è tra le regioni italiane con il maggior numero di comuni sciolti per infiltrazioni mafiose. Il fenomeno riguarda spesso piccoli Comuni, ma anche enti più grandi, dove la criminalità organizzata tenta di condizionare l'attività amministrativa». Così, in una nota, Mario Pancaro, già assessore al Turismo di Altomonte, interviene sul commissariamento dei Comuni.

Bnl

«Tra i casi recenti e storici -continua Pancaro- figurano i Comuni di Cassano all'Ionio, Altomonte, Tropea. Come ben sappiamo, il Comune sciolto per infiltrazioni mafiose viene commissariato per diciotto mesi, prorogabili fino a ventiquattro, trascorsi i quali è possibile tornare alle elezioni per una nuova amministrazione. La commissione sostituisce la figura del Sindaco, della giunta nonché del consiglio comunale. Il commissariamento è regolato dall'articolo 143 del Testo Unico degli Enti Locali. Questa norma disciplina la procedura di scioglimento, la nomina della commissione straordinaria e gli effetti del provvedimento, inclusa l'incandidabilità. Ma cosa può fare la commissione straordinaria durante la gestione del Comune? Può deliberare su tutti gli atti fondamentali del Comune, come il bilancio, le variazioni di bilancio, i regolamenti e i piani urbanistici. Insomma, tutto ciò che normalmente spetterebbe al Consiglio Comunale e alla Giunta. Ancora, può emanare ordinanze contingibili e urgenti, analizzare e revisionare delibere, contratti, appalti e incarichi concessi dalla precedente amministrazione, così come può ristrutturare gli uffici comunali, rimuovendo o trasferendo il personale. Tuttavia, pur avendo tutte queste facoltà, il Comune che viene sciolto, vive un periodo di stallo che non aiuta la crescita sociale ed economica già di per sé spesso fragile e complessa. Ma non solo: accade che i commissari intervengano aumentando i tributi con degli atti che mettono in difficoltà le famiglie, come se in un certo qual modo si venisse colpiti da provvedimenti senza averne alcuna colpa. Allo stesso modo, i cittadini del Comune sciolto avvertono spesso un allontanamento dell’avamposto dello Stato, venendo a mancare la possibilità del dialogo e del confronto con chi in quel momento amministra il proprio Comune. Non sarebbe sbagliato, per esempio, se i commissari continuassero a portare avanti le iniziative culturali storicizzate e a mantenere vive le associazioni a supporto del settore sanitario, così come le iniziative religiose e sportive, insieme alla cura del verde pubblico e del decoro urbano. Ma le leggi che regolano il commissariamento in un Comune sciolto per mafia impongono limiti in tal senso? No, i commissari straordinari che amministrano un Comune sciolto per mafia possono programmare attività ludiche e culturali, a patto che tali iniziative debbano rispettare rigorosi criteri di trasparenza, legalità e finalità pubblica, differenziandosi spesso per sobrietà dalle gestioni politiche precedenti. Se invece lo stallo dovesse dipendere dalla mancata intraprendenza dei commissari, non si potrebbe far altro che invitare gli stessi commissari a cambiare passo per aiutare un Comune già notevolmente indebolito. La Calabria, così come si diceva all’inizio, é tra le regioni più colpite dallo scioglimento dei Comuni per infiltrazioni di mafia, così come anche il sud Italia. Addirittura qualche Comune è stato colpito dal provvedimento per tre o quattro volte consecutive. Sarebbe necessario mettere in campo più competenze al fine di migliorare e nella eventualità modificare una legge che, seppur valida, sembrerebbe presentare alcune limitazioni che andrebbero sicuramente superate. Occorre stare attenti, l’amministratore deve vigilare continuamente ma soprattutto deve approfondire i regolamenti, le leggi per ridurre al minimo la possibilità di cadere in situazioni difficili che non aiutano l’azione politica e democratica. I commissari possono e devono aiutare la comunità o le comunità interessate da questi provvedimenti. I cittadini -conclude Pancaro- non devono pagare per colpe imputabili ad altri».

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