COSENZA - «Ascoltare l'audizione di Giuseppe Conte non ha riaperto solo le ferite, ha mostrato plasticamente l'abisso che separa chi le decisioni le ha prese da chi ne ha pagato il prezzo con la vita dei propri cari. Pretendere oggi di archiviare quella stagione come una saggia gestione dell'emergenza è un insulto alla memoria e all'intelligenza di questo Paese».
Lo si legge in una nota diffusa dall'Associazione Italiana Vittime Covid (A.I.Vi.C.), che prosegue: «La memoria non è un esercizio retorico, ma un dovere civile. E per noi, che come Associazione Italiana Vittime Covid (A.I.Vi.C.) diamo voce a chi non ce l'ha più, questo dovere significa rifiutare la narrazione ufficiale che riduce tutto a fatalità.
Abbiamo ascoltato l'audizione di Giuseppe Conte e abbiamo sentito qualcosa rompersi di nuovo. Non è stata solo la riapertura di ferite che non si sono mai chiuse, è stata la sensazione netta di assistere a un esercizio di rimozione collettiva, mascherato da narrazione istituzionale.
La memoria non è un accessorio decorativo della democrazia. È il suo scheletro. Quando il potere si arroga il diritto di raccontare la pandemia come un’inevitabile fatalità meteorologica, sta mentendo. Sta mentendo sulle scelte politiche che hanno trasformato il diritto alla cura in una serie di DPCM che hanno compresso le libertà senza salvare la sostanza.
Dov'era la scienza ufficiale quando si imponeva il dogma criminale della "vigile attesa" e del solo paracetamolo, condannando le persone a peggiorare a casa fino al soffocamento, mentre c'erano clinici pronti a curare e a intervenire con gli antinfiammatori?
Come si può giustificare l'accanimento burocratico e lo scetticismo istituzionale che hanno emarginato, ostacolato e infine distrutto l'intuizione limpida del professor Giuseppe De Donno e del plasma iperimmune?
Quella non era prudenza, era la scelta deliberata di soffocare una speranza concreta.
C’è poi una verità per noi ancora più atroce, quella che i numeri ufficiali continuano a nascondere sotto il tappeto del "Covid”. Le infezioni nosocomiali. Migliaia di persone sono entrate in ospedale per un virus e sono morte per la sepsi, per batteri resistenti che hanno proliferato in reparti sotto pressione, dove la cura si è fatta gestione della carenza. Ricondurre tutto al Covid è stato, ed è ancora, il modo più comodo per coprire le falle strutturali del nostro sistema sanitario. È stata una scorciatoia statistica che ha trasformato vite umane in numeri anonimi.
Noi non dimentichiamo. Non possiamo dimenticare la violenza inaudita delle bare sigillate, il divieto delle autopsie, che ci ha privato del diritto di sapere di cosa siano morti i nostri cari, trasformando il lutto in un'attesa senza corpo. La solitudine imposta dallo Stato, la morte in isolamento, l'impossibilità di un commiato. Questa non è "gestione dell'emergenza".
Lo Stato ha imposto la solitudine, ha negato le cure alternative e oggi pretende pure il silenzio.
Difendere acriticamente le decisioni di allora non è un atto di lealtà allo Stato, è un tradimento verso un intero paese e verso tutte le vittime. La storia non si archivia come una pratica burocratica. La storia si interroga.
Conte può continuare a rivendicare le sue scelte in Parlamento, parlando dallo scranno della sua ‘coscienza pulita’, ma noi parliamo dal vuoto lasciato da chi non c'è più, ancora persi tra i cocci di quello che è stato distrutto.
L'A.I.Vi.C. non chiede permessi per ricordare né sconti sulla verità. Useremo ogni ricorso e ogni accesso agli atti possibile per accertare le responsabilità di chi ha gestito la crisi calpestando la vita delle persone. Non si cancella tutto quello che è successo con un'audizione».
@Riproduzione riservata