Alla vittoria netta del No, Giorgia Meloni, invece di avviare una seria ed approfondita riflessione sulle ragioni della sconfitta, si è fatta travolgere di fatto da una specie di crisi di nervi e di rabbia, licenziando immediatamente il sotto-segretario alla Giustizia Andrea Delmastro, la capa di gabinetto del Ministero della Giustizia, Giusi Bartolozzi, nonché la “Pitonessa”, responsabile al Turismo, Daniela Santachè, essendo ritenuti, ormai, delle zavorre o ancora dei fattori nocivi per l’azione del Governo.
Anche in Forza Italia è stato sentito lo scossone referendario con le dimissioni di Gasparri da capogruppo al Senato che, oltre ad esprimere una necessità di intraprendere un profondo rinnovamento della classe dirigente del partito fondato dal Cavaliere, fa scorgere delle crepe ovvero “una distanza” tra Marina Berlusconi e la Premier che non prefigura niente di buono per gli equilibri interni della coalizione di destra-centro.
Purtuttavia ciò che deve far più preoccupare Giorgia Meloni sta nel fatto che per quest’ultima è finita la lunga luna di miele con il Paese, il quale non la percepisce invincibile o insostituibile, né tanto meno pare, al momento, che abbia una strategia politica coerente ed efficace per rimanere a Palazzo Chigi per la prossima legislatura.
Il rischio è quello di fare la fine dell’anatra zoppa, ovvero che l’esecutivo si trascini per un anno offrendo al nemico tutte le armi possibili per abbatterla definitivamente.
In effetti, i margini di manovra sono ristretti per la coalizione governativa, né d’altronde i temi di successo delle elezioni del 2022, come quello della sicurezza o del fisco, potranno essere del tutto determinanti, alla luce dei risultati modesti finora ottenuti, uniti al fatto che lo scenario di crisi internazionale condiziona (e condizionerà) le scelte (o non scelte) nazionali.
Paradossalmente le sorti di Giorgia Meloni sono legate al futuro politico del campo largo al quale, sebbene l’esito positivo del Referendum costituzionale sulla riforma della Giustizia abbia ridestato fiducia e prospettive di un’affermazione elettorale, serve un leader unificante le varie sensibilità della coalizione ed una piattaforma programmatica credibile che sintetizzi le posizioni moderate con quelle radicali.
Per l’opposizione occorrerebbe “Un Prodi 2.0”, “un papa straniero” che soddisfi tutti, situazione del tutto irrealistica al momento, né l’idea delle primarie sembra lo strumento unico e più efficace per garantire l’unità della coalizione del centro-sinistra perché nella storia di essa non ci sono mai state primarie vere tra due leader di partiti diversi.
Come finemente ha sostenuto in un'intervista Dario Franceschini, “le primarie possono produrre un effetto virtuoso ma, se mal gestite, diventano autolesionismo”.
Per cui le primarie tra Schlein e Conte sarebbero un inedito, con tutti i rischi che questo comporta, atteso che la prevalenza di uno dei due segretari (se non si presenta Silvia Salis), soprattutto in assenza di un solido vincolo programmatico, rischia oggettivamente di produrre divisioni, di mettere a rischio l’esistenza stessa della coalizione, di ottenere il risultato opposto ovvero di generare un processo di frammentazione in cui pezzi del Pd e di M5S potrebbero non riconoscersi nella leadership vincitrice.
Di conseguenza la legge elettorale attuale (Rosatellum) o una nuova legge elettorale, come quella presentata dal Governo, scioglierà tutti i nodi, sancendo la vittoria di uno dei due schieramenti.
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