L’estate sta finendo e un anno se ne va, cantavano i Righeira. Ciò, malgrado le roventi temperature che di certo non rimandano a paesaggi e sensazioni autunnali, è nei fatti, perché se settembre è ancora estate, è pur vero che agosto decreta la fine di questa stagione. Settembre è per tutti/e da sempre un capodanno morale.
E agosto è come l’ultimo giro di giostra. Le giornate da un po’ si sono accorciate e nelle piazze ci accompagnano le luci dei lampioni, come l’apogeo di ogni nostalgia. Qualcuno/a partirà a giorni per raggiungere un posto che è diventato negli anni casa, non lasciando mai realmente, però, le proprie radici: perché non si lasciano mai le case dell’infanzia, nemmeno dovessero crollare, in ogni caso esse resterebbero integre in noi. Qualcuno/a quella casa, che è stata nido e lo sarà per sempre, la chiude, nel silenzio, di un non ritorno. Esistono le case che, passato il clamore estivo, restano vuote e silenti. Nessuno/a più le abita, se non l’eco di ciò che è stato e riveste le pareti di immagini, antico suono di risate, dell’acciottolio dei piatti di pranzi e cene che furono. Qualcuno/a è già partito/a. Oggi (domenica per la scrivente) è stato il turno di mio fratello. E questa sera in piazza il suo sguardo non mi seguirà nel tentativo di guidarmi letteralmente: da giorni sono munita di occhiali da vista, lenti progressive, camminare per strada, così come scendere le scale, risulta, allo stato, complicato! Chissà perché è proprio questo ciò che già mi manca. Forse perché l’attenzione non melensa ma reale è ciò che determina i rapporti (sani), forse perché si intravedono, di già, in questo pomeriggio domenicale e agostiano, le luci soffuse del crepuscolo, forse perché è sempre un po’ ingiusto salutarsi con la promessa, volendo ingannare la vita, di non dover fare trascorrere più un anno prima di rivederci. Forse perché stare assieme è sempre intenso. È, e non è retorica, tempo di qualità: trascorso nel narrarci, in passioni condivise, con amici e amiche comuni, incorniciati dall’eterna piazza. Ma oggi è già arrivederci. E la casa si svuota un po’.
La vita, però, anche nel suo aspettarci settembrino saprà accoglierci, nei ritmi di sempre, post sospensione e la nostalgia resterà in qualche nostra (preziosa) latitudine, ancora una volta prenderà la forma della poesia, d’altronde “Qui tra schegge di cose e di nulla viviamo ai margini dell’eternità. Giochiamo a scacchi, a volte, incuranti dei destini dietro la porta. Siamo ancora qua a costruire da macerie colombaie lunari” (Mahmoud Darwish).
@Riproduzione riservata