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O forse come l’eternità

Alcuni gesti sanno di antico, e in qualche modo di eleganza. Il mio romanzo preferito, “L’Immortalità” di Milan Kundera, mai abbastanza compianto, ha come suo incipit proprio l’analisi, o meglio la descrizione, di un gesto.

Inizia, “ L’ Immortalità “, con una scena di vita quotidiana, che pure saprà diventare lo spunto per le riflessioni filosofiche dell’autore. Il romanzo ha inizio con l’osservazione di una donna, di più di sessanta anni, che si prepara a prendere lezioni di nuoto in una piscina di un circolo sportivo di Parigi. La donna compie un gesto di saluto verso il suo giovane maestro di nuoto. Ed è proprio questo gesto di saluto, considerato da Kundera “singolare e irripetibile” che fa nascere, nell’autore, il personaggio di Agnese. Secondo Kundera, difatti, un gesto così proprio, identitario, unico, può definire l’essenza di una persona (o personaggio), anche fuori dal tempo, dal presente storico, e quindi dare l’immortalità: è quel gesto che ci identifica che ci sopravvive e ci eterna.
E, se pur in un contesto meno chic di un circolo sportivo parigino, mi ritrovo a pensare al gesto di Agnese, l’ Agnese kunderiana. All’importanza dei gesti. A quanto, i gesti, siano nostri, anche inconsapevolmente nostri, e di quanto identifichino chi li compie, ma anche un evento, un atto che è o sarà. Il 25 aprile io e mio marito, come tradizione e coscienza civica richiedono, che partigiani e partigiane e repubblichini non erano la stessa cosa, e siccome mala tempora currunt è bene ricordarlo e ribadirlo, ci siamo recati alla manifestazione per la Liberazione, in ricordo e con gratitudine per essa, limbiatese (Milano no, Milano in gioventù...) muniti di foulard rosso e Kefiah. A me spetta il foulard, che fa pendant con rossetto, smalto, maglia, ideali e bandiere rosso vermiglio (buona Liberazione compagno Peppino, che il mio augurio possa giungerti in ogni grumo di materia in cui ora risiedi), a mio marito la kefiah. Mi avvicino a lui, gliela sistemo, la kefiah è come il nodo alla cravatta, è come essere la gheisha della rivoluzione, è come il saluto di Agnese al suo maestro di nuoto. Perché è un gesto che ha il nostro sapore, perché è un gesto antico, proprio come il nodo alla cravatta che non so fare e Antonio fa a me, perché è prendersi cura, perché è ancora una volta attenzione. Perchè è un gesto che ci immortala. E, per un attimo, questo gesto, questo semplice sistemare la kefiah, diviene paradigma: di un noi. È come se il tempo, nel mentre, si fermasse. E ci accarezzasse, lieve e non sprezzante. Rendendoci, per un attimo infinito, immortali.

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