L’estate pienamente in atto mostra la sua crudeltà: caldo afoso e torrido. E no, signor seconda carica dello Stato, non siamo ai Caraibi! Il surriscaldamento globale, che non è un complotto, con buona pace di fragolina 66, si sente sulla pelle. Ed anche i pensieri diventano afosi.
E anche la “bella stagione”, tra l’altro, non ci risparmia impegni e stress. Per me uno degli stress maggiori, caldo a parte, legato all’estate, è il viaggio e la sua preparazione. Un viaggio che, di anno in anno, risulta essere più faticoso, sarà che eterna ragazza non sono, sarà che tale Matteo Salvini, attuale ministro dei trasporti, latita molto rispetto alle sue responsabilità (se ne è accorta anche Ravetto! Forse quando difendeva Salvini, militando nello stesso partito, era soggetta ad allucinazioni?). Vorrei trovarmi in Calabria attraverso il teletrasporto, ma tale opzione non è sicuramente percorribile, e anche il viaggio di Ulisse, in confronto all’approdo calabro, potrebbe sembrare solo una corsa campestre! Bisogna svolgere il viaggio a tappe (stile tour, sono stata da mio fratello durante un pomeriggio estivo e bolognese, informata su tale argomento e tutte le sue regole, stile “una quasi conferenza colta”): Limbiate/Milano Centrale, Milano/Bologna, a casa di mio fratello e Clelia.
Sosta emiliana e poi partenza, tutti/e assieme, verso il sud. A sud dell’anima. Il viaggio, seppur in macchina (partire e arrivare nello stesso giorno: pura magia!) è stato lungo. Io stranamente silente mi perdo in tutti i miei pensieri, che risultano essere molto più veloci dell’approdo. La mia impazienza diventa qualcosa di fisico, tale è la sua intensità e urgenza. La Puglia, infinita, una dimensione spazio-temporale dalla quale non si esce! E dopo l’infinita Puglia, la Basilicata, è Calabria! Il suo mare, il mio mare, il mio eterno mare, placa in me qualcosa. E per una strana circostanza, più ci avviciniamo più aumenta la mia insofferenza: anima beckettiana, la mia, sempre. E sono a casa, a casa mia, quella che sarà per sempre casa, qualunque siano le tempeste che mi attraversano e mi attraverseranno. E dopo aver abbracciato mia madre, perdendomi e ritrovandomi nei suoi occhi color di foglia, inizia il mio primo compito di queste vacanze: mi reco nella stanza di mio padre, quella che è stata la sua stanza, quella che sarà sempre la sua stanza. Accarezzo il letto in ferro battuto che con le sue mani da sapiente fabbro seppe forgiare, nutrendomi di emozioni e della sua essenza. L’oceano dei ricordi si palesa. E caro amato Peppino, vorrei poter sentire la tua voce, che non udirò mai più. Eppure la sento: in me. Mi accompagnerà sempre. Io e Ginevra piangiamo assieme, e poi, reciprocamente, ci regaliamo un sorriso. Il vento della collina, seppur in questa torrida estate, mi giunge. Come una carezza bellissima, perché del tutto inaspettata. Fumo, nella stanza ricolma di assenza e silenzio, una sigaretta. Guardo il letto, osservo tutto ciò che è intorno, mi riempio l’anima della tua presenza. Altri compiti mi aspettano, altri saluti , ingiusti e disperati, e poi l’estate, che è un po’ metafora della vita, farà il suo corso, verso altri viaggi, verso altri approdi, si spera lieti, respirando e portando sempre con me tutto ciò che resta, e che beffardamente sfida la morte.
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