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La Pasqua, nel momento in cui scrivo non ancora pienamente in atto, si appresta con tutta la sua ritualità: i riti del lutto e l’attesa di resurrezione. Per chi, come me, credente non è, resta, e non è poco, la laica sacralità del rituale.

 I rituali sono appuntamenti, sono ritorni, sono incontro, sono promessa, sono catarsi, e quindi teatro. Sono tradizioni, sono tutto ciò che resta. I riti del lutto sulla pelle, intensi e pur furtivi. E penso a Giulia e a passate primavere, troppo remote, troppo lontane. E penso a mio padre, a Califano, al Fredoom, alle balere, ad una Marlboro d’atteggio e rabbia. E penso ancora ai Laghi di Sibari, al Comunismo, e a un muro che poté cadere. E poi, un caldo bellissimo che sa di primavera compiuta, inneggiante all’estate, mi placa, eppure mi lascia sospesa. In qualche modo apatica, mi alieno, non rincorro né memorie né il presente. Mi lascio andare, anche alla noia. Unico sollazzo, un film crime in tv, e non un capolavoro del genere, né Agatha Cristie né Hitchcok, ma uno di quegli scontatissimi gialli, un po' tutti uguali, e prevedibili fin dalla pubblicità. Quelli che zio Franco, efficace e lapidario, seppe definire “Gialli color di rosa”. Anche tu sei andato via già da un po', con tutto il tuo - a suo modo poetico (da romanzo!) - universo, un po' surreale. Sei stato, prima che cognato, grande amico di mio padre, e se davvero esistesse un paradiso stareste ancora ridendo, ricordando quando Niki Lauda si fermò ai Box. Niki Lauda chiamavi mio padre, che sapeva guidare così bene, e tu per niente. Ma a che serve pensare ad improbabili paradisi, ora che la nostalgia nuovamente si è impadronita di me, insediata in me, come Cesare Bonamici al tg5 (per sempre!), e soprattutto ora che realmente Niki Lauda si è fermato ai box. Ora che è sceso il sipario. Ora che è dissolvenza in nero e non si attendono resurrezioni.

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