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Da tre giorni, nel momento in cui scrivo, si è spenta l’eco della festa, la festa del santo: San Giuseppe, con annessa festa del papà. In terra di Lombardia, se pur a Nord di Milano, nella mia Limbiate “adottante”, i rituali che accompagnano questa festa non sono quelli a me cari e noti.

La provincia, a sud e nord dell’anima, ha sempre in sé qualcosa che si fonde con il “piccolo mondo antico”, in qualche modo i quartieri, il vociare, il suo farsi vita, equipara diverse latitudini geografiche, eppure qualcosa di profondamente endemico nei riti sudisti si differenzia da quelli nordisti. Sarà, sicuramente, “Quel racconto e sarà quella canzone che ha a che fare coi briganti e coi santi in processione”, per dirla con Bennato (Eugenio). Le suggestioni evocate dal 19 marzo sono sempre arrivate a me, come l’ eco perduto di un ricordo. Il vento della collina, della mia eterna collina, che richiama ancora l’inverno, così come la luce del sole, spiazzante, ricorda l’estate, e ancora la processione, se pur atea, ho sempre in qualche modo sentita mia, proprio perché donna del sud, come qualcosa di antico, che pur mi appartiene, a cui appartengo. Come un appuntamento e gli appuntamenti sono sempre belli, hanno l’ essenza di qualcosa che puntualmente ritorna e quindi si cristallizza in noi. E l’odore dell’olio fritto, del pepe rosso, dei ceci e della lagana, piatto tipico di san Giuseppe, che è ancora una volta casa, famiglia, che è ancora una volta memoria e amore, mi è sempre giunto, mi è bastato chiudere gli occhi per sentirmi trasportata in passati giorni terranovesi, in passate primavere. Le nostre suggestioni, però, non sono realmente cristallizzate in noi, non si smarriscono, restano, si arricchiscono, però, di altre emozioni. E si dilatano, nel tempo, nello spazio, nell’anima. E in questo contemporaneo, da poco trascorso, 19 marzo, tutta la mia potenza evocativa non è riuscita a suscitare in me immagini. La mestizia, di contro, mi ha accompagnata, in un pur bello e soleggiato giorno di marzo, se pur fra la mia rivisitazione di lagana e ceci e le zeppole, gli auguri e il regalo per mio marito. Io i riti li onoro, e li assaporo, eppure l’odore intenso di finochietto selvatico che dalla cucina di mia madre ha sempre viaggiato fino a me non mi è giunto. No, quest’anno no. I riti a cui non partecipo per “espatrio”, non sono mai espatriati dall’anima, però non li ho sentiti. La nostalgia mi ha accompagnata. È bastata un’assenza, la tua, caro papà, perché ti chiamavi Giuseppe, Peppino, il nostro Peppino, per eludere ogni vicinanza con i miei amatissimi riti calabri, sibariti, terranovesi. È bastata l’impossibilità di dirti “ Auguri” (E so, so!, quanto aspettavi quella telefonata, che ti portava la mi voce, e a me la tua) eppure “Non ce l’ho con la primavera perché è tornata, non la incolpo perché adempie come ogni anno ai suoi doveri, capisco che la mia tristezza non fermerà il verde” W. Szymborska.

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