La primavera è esplosa, come esplode un dubbio e un’incertezza: durerà questo soleggiato e splendente, se pur eccessivo, caldo, o torneranno, perché sanno tornare, le malinconiche e gucciniane piogge di aprile?
Nell’attesa mi godo il sole, che fa pensare all’estate, che sarà malinconica e spietata, eppure ancora una volta inneggiante la vita. Mi godo il sole che rigenera l’anima e secca la pelle, e la rosacea riappare, se pur in la minore, ma il mio fondotinta sa fare il suo lavoro, d’altronde non c’è concetto di bellezza che non richieda un qualche compromesso. E così sul mio viso cosmesi varia e sull’anima il sole. Da portare, come un foulard di seta. Da assaporare, come un nuovo gusto di gelato, che pur rimanda all’infanzia, e forse ai Laghi di Sibari, in una passata esistenza, in una lontana estate. La primavera è esplosa nelle strade, nelle risate di giovani immemori di ogni malinconia, in pantaloncini corti e assettati di vita. Io un po’ distante, attendo un qualche moto che somigli all’azione, in quest’altra domenica lenta, che consegue ad intense emozioni del giorno primo: di me, politica attiva e partecipata, dibattiti e incontri, pomeriggi di aprile che hanno il sapore della contestazione, dell’agire, dell’esserci e del prendere parte. E dopo cotanto sabato, non avendo più l’energia, un po’ inquieta dei miei passati venti anni, non mi resta che assaporare questo scorcio primaverile, così caldamente estivo, senza raggiungerlo, perdendomi in qualche emozione, in una improvvisa risata, ricordando a Ginevra di fare i compiti, mentre l’eco del gelataio ambulante, che fa molto film horror, mi giunge. Attendo ancora un po’ un agire più primaverile e pieno, fra le strade, non ora e non qui però, assaporo, ancora un po’, la mia seducente apatia di aprile.
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