Fra le mie abitudini o rituali, o ancora meglio concessioni alla mia vanità, vi è la sistemazione delle unghie. Non faccio cose particolari, e neanche mi decoro con cuoricini, fiori o brillantini vari, un’eccezione per questi ultimi solo due volte l’ anno: a Natale e al mio compleanno.

Bnl

E così brillo un po’ in inverno, un po’ in estate (sono nata a luglio). Di solito resto una classicista: rosso sulle mie unghie, tutte le declinazioni del rosso, e a volte cedo al fucsia o al lilla e alle sue sfumature. Oltre alla scelta del colore per lo smalto, una costante per me dall’estetista è “quella” frase, detta nel modo più naturale possibile, sfoderando il sorriso d’ ordinanza: “Stai (raramente "stia", tendo a creare rapporti stabili con estetiste e parrucchiere) morbida, naturale, morbida!” (e al terzo o forse quarto "morbida", il sorriso perfetto dell’estetista, vagamente spazientita, si incrina un po').
Il fatto è che io temo quella frase, quel momento. Perché non si può stare morbidi a richiesta, e l’ha già detto Oscar Wilde: “Essere naturali è una posa così difficile da mantenere” e l’ha scritto e detto in ogni dove Pirandello, come potrei smentirli io? E poi, io morbida non ci so stare. Aspiro e anelo alla leggerezza, e in essa so approdare, anche con impegno, anche con costanza, anche grazie a Kundera. Altre volte, invece, la leggerezza, fedele a se stessa, si palesa come uno stato di grazia. E non è un impegno rincorrerla. Mi pervade, mi culla, ha il suono di una risata corale che accomuna me e mio marito, che sappiamo ancora ridere delle stesse cose, ha la complicità che riappare con mia figlia, mentre guardiamo un horror in tv (che comunque la si pensi il genere horror non è un sottogenere letterario né cinematografico, e Stephen King molto ha saputo dire sull’animo umano!) e ha la poesia del ricordo: notte horror su Italia Uno, d’ estate, quelle notti lontane di divieti elusi, e film sottratti a una proibizione. La leggerezza ha tante forme, però morbida non so stare. Qualcosa di rigido, o simil tale, in me resta. Qualcosa che a volte richiede un monito: “Morbida, ragazza!”.

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