“Abbiamo perso prima di tutto un poeta” è la frase che Moravia, nel suo ricordo commosso, pronunciò il 4 novembre 1975 in Campo de' Fiori a Roma, durante i funerali di Pier Paolo Pasolini.
Abbiamo perso prima di tutto un poeta è ciò che penso nell’apprendere della scomparsa di Francesco Guccini, avvenuta il 6 agosto scorso. Che poeta è stato: indiscutibilmente. È difficile per me scrivere del Maestrone di Modena, tante le immagini che si rincorrono evocate dai suoi testi e dai miei ricordi personali, legati alle sue canzoni. Ho iniziato ad ascoltarlo molto presto, grazie a mio fratello, in piena adolescenza: sedici anni circa. Sicuramente non capendo all’epoca l’essenza dei suoi testi, forse non totalmente, ma mi estasiò subito. Fra i miei primi ascolti le più note: Samantha, Dio è morto, La Locomotiva, L’Avvelenata, Eskimo, Canzone per un’amica.
E mi rivedo, giovanissima, in una stanza, sdraiata sul tappeto, sognante e arrabbiata, fra gli studi di filosofia e uno stereo, che restituisce sempre una stessa voce, dalle erre arrotolate e chich, come un marchio di fabbrica. Hegel e la sinistra hegeliana, Feuerbach, Marx, mentre la tua voce, maestro amatissimo, mi narra della “Guerra santa dei pezzenti” (che rabbia!). E passano gli anni e cambiano i gusti, tu sei rimasto sempre. Hai saputo raccontare gli ideali e il disincanto, la lotta di classe e l’amarezza, l’amore: negato, malinconico, finito sul nascere, l’amore vissuto come in un sogno (e penso ad Autogrill). Fra i tuoi innumerevoli capolavori: Scirocco (la mia preferita), Autogrill, Lettera, Canzone per un’amica, Il Pensionato, La Locomotiva, Canzone delle domande Consuete, Canzone per Silvia, Canzone quasi d’amore, Farewell, Van Loon, Vedi Cara, Un altro giorno andato, Incontro, Cirano, Bologna, Auschwitz, L’Avvelenata. E vorrei elencarle tutte le tue canzoni, che tutte meritano! Ci hai narrato di osterie, disincanti, ideali, fulgide nostalgie, hai aspirato al “Trionfo della giustizia proletaria”. Hai narrato, ancora, di “Un vecchio e un bambino che si presero per mano e andarono insieme incontro alla sera”, degli orrori del Novecento, mentre “il fumo saliva lento, nel freddo giorno di inverno”, di un pensionato e le sue metodiche abitudini che racconta “Cento volte fra la rete dei giardini di una sua gatta morta, di una lite fra i vicini… E di quando lui e Bologna erano più giovani di adesso”. E ancora Bologna, “capace d’ amore, capace di morte” e la provincia, che amavi, eppure consapevole che una piccola città può essere “Un bastardo posto”. Ogni tuo verso, ogni tua strofa, ogni tuo scrivere, è stato poesia. È poesia la donna con l’abito di “Percalle che le fasciava i fianchi” mentre “le lacrime si aggiungono al latte di quel tè”: l’amore che perisce difronte alla morale borghese. Non sempre e non per tutti/e soffia “quel vento di scirocco”. Resta il disincanto, restano i giorni, resta l’amore, o presunto tale, di coppie stanche e annoiate (e penso anche a Tango per due) che mal si sopportano, “tanto tutti alla fine avremo un metro di terreno”. Mentre l’amore, quello per cui varrebbe la pena, si perde fra i fumi di un tè. E hai narrato la rabbia e il disincanto nello stesso istante: e penso a L’Avvelenata. Rabbia e disincanto di un uomo coerente, sempre schierato, a schiena diritta e pugno chiuso (d’altronde, da un po’, i comunisti muoiono d’agosto). E penso, ancora, a Cirano: lirismo e politica. Scrittore, cantautore, intellettuale, attore, ma più di ogni altra cosa, ribadisco, poeta. Le tue canzoni resteranno, perché i poeti possono morire (ed è un giorno triste per tutti/e quando muore un poeta!) ma la poesia è eterna. In via Paolo Fabbri a Bologna, come se ci fosse dato un appuntamento, giovani, non giovani, giovanissimi, diverse generazioni, si sono riversate in strada per cantarti, per onorarti. Così come sulle spiagge si intravedono chitarre che accennano le tue canzoni. Ognuno/a ha il suo Guccini. Tutti/e commossi/e. Grazie per tutto, Maestro. Mi hai sempre accompagnato, e ti ho capito bene, al di là della potenza lirica delle tue immagini, quando il disincanto mi ha sfiorato. Grazie anche per aver saputo trovare, se pur inconsapevole, parole per Giulia, la mia Giulia: “Voglio, però, ricordarti com’eri, pensare che ancora vivi, voglio pensare che ancora mi ascolti e che come allora sorridi”, e per mio padre ”Vai, vecchio vai, e non temere che avrà una sua ragione, anche se quale non sapremo mai”. Grazie per aver narrato tutte le mie malinconie. Che la terra ti sia lieve, Maestro, poeta. Da queste parti continuiamo ad aspettare che “ci giunga, ancora, un giorno la notizia di una locomotiva come una cosa viva lanciata a bomba contro l’ingiustizia”.
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