Mercoledì 25 febbraio a Torino si è tenuta la partita Juventus-Galatasaray. Le mie pareti domestiche sono state attraversate nell’ordine: “Nooo!”, diversi epiteti verso l’ arbitro che non riferirò, e santi e madonne sono stati nominati più volte, non proprio come un raccoglimento in preghiera (che nessuno/a si senta offeso/a: siamo atei e mio marito è juventino, e l’empatia verso le sofferenze altrui resta sempre un valore).

La partita è terminata ai supplementari, la Juve, nonostante la vittoria sul campo, perde per il precedente risultato. È quella vecchia storia di andate e ritorni che non credo di aver mai capito bene. Perde con onore. Il pubblico, dallo stadio, il suo pubblico si alza in piede e plaude, mio marito forse dovrebbe misurarsi la pressione. Io penso a Pasolini: “Penso che sia necessario educare le nuove generazioni al valore della sconfitta. Alla sua gestione. All’umanità che ne scaturisce… In questo mondo di vincitori volgari e disonesti… della gente che conta, che occupa il potere, che scippa il presente, figuriamoci il futuro, a tutti i nevrotici del successo… A questa antropologia del vincente preferisco di gran lunga chi perde”. Si, è solo una partita, con buona pace di mio marito, si, Pasolini (che pure non disdegnava il calcio) si riferiva a qualcosa di più profondo, importante, nobile (Quale nobile era il suo animo, era, prima di tutto, poeta, per dirla con Moravia), però alcuni simboli sono immediati, e di facile interpretazione. Perché si può plaudire, con rammarico e con orgoglio al contempo, alle sconfitte, se la battaglia si è combattuta con impegno e dignità, e ciò si può evincere anche una sera di fine febbraio guardando Juventus-Galatasaray. Uno juventino più di tutti gli altri avrebbe, si imprecato, ma plaudito a questa sconfitta, con estremo trasporto. Perché era comunista, e i comunisti lo conoscono bene il gusto dolce amaro della sconfitta, il suo valore. Si avrebbe plaudito, in modo scomposto e plateale, facendo analoghe riflessioni, perché intelligente era, e avrebbe gioito perché la sua Juve è stata una grande Juve: determinata e tenace. E le uniche battaglie che si perdono sono quelle che non si combattono, e, Che Guevara, “ Hasta la Victoria”, come mi dicevi sempre nel salutarmi, come non mi dirai mai più.

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