Nel mirino la gestione dell’area archeologica

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CASSANO ALL'IONIO - «Dopo due mesi di silenzio e di immobilismo, a riportare la questione al centro del dibattito pubblico non è stata un'iniziativa istituzionale, ma la denuncia puntuale del consigliere comunale di opposizione socialista, Davide Papasso». Così in una nota i socialisti di Cassano-Sibari intervengono sullo stato attuale dell'area archeologica di Casa Bianca, illustrando le criticità rilevate nel sito.

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«Con un video, tanto semplice quanto efficace -dichiarano i socialisti-, ha mostrato ciò che in molti preferivano non vedere: l'area archeologica di Casa Bianca, nel Parco di Sibari, ancora completamente sommersa. Un lago stabile, profondo oltre tre metri, che nel frattempo ha smesso di essere emergenza per trasformarsi in condizione permanente. Una realtà che interroga non solo l'amministrazione locale, ma l'intera filiera della gestione del patrimonio, tra silenzi, ritardi e responsabilità diffuse. C'è qualcosa di poeticamente curioso nel leggere le parole del sindaco: si minimizza, si puntualizza, si correggono le "narrazioni". Si distingue tra area visitabile e area chiusa, come se il valore di un patrimonio millenario fosse a geometria variabile. Come se ciò che non si vede potesse anche non contare. Il Parco archeologico di Sibari -si legge nella nota- versa in condizioni allarmanti. Nell'area di Casa Bianca si registrano oltre tre metri d'acqua, tanto da aver formato un vero e proprio lago. Parliamo di uno dei più importanti patrimoni della Magna Grecia, custode delle stratificazioni di Sibari, Thurii e Copia. Non una pozzanghera qualunque da liquidare con una scrollata di spalle. Scopriamo, non certo per iniziativa dell'amministrazione, che la stessa area risulta nuovamente sommersa. Lo scopriamo solo grazie alla denuncia, tanto tempestiva quanto scomoda, del consigliere comunale Davide Papasso, che con un video ha riportato l'attenzione su una situazione oggettivamente grave. E, guarda caso, solo dopo questa denuncia arriva un comunicato ufficiale: si parla di acqua di falda e di un impianto idrovoro guasto da tempo. Ed è proprio qui che la ricostruzione del sindaco, più che chiarire, finisce per aggravare il quadro. Perché, se davvero si tratta di acqua di falda, come si sostiene con fermezza, allora si certifica nero su bianco che il sistema ordinario di smaltimento non funziona da tempo. E a questo punto la domanda diventa inevitabile: cosa è stato fatto nel frattempo? Possibile che, a fronte di un impianto fuori uso, non si sia ritenuto necessario attivare soluzioni alternative? Possibile che non si sia chiesto l'intervento della Protezione Civile, del Consorzio di bonifica o dei Vigili del Fuoco per installare pompe mobili, come già avvenuto in passato? Davvero si è scelto di attendere, con olimpica calma, l'arrivo di nuove pompe da Ferrara, che, vale la pena ricordarlo, si trova in Italia e non oltreoceano? Non è una questione tecnica. È una questione di responsabilità amministrativa. Perché i precedenti esistono: nel 2013 l'amministrazione dell'epoca intervenne con tempestività e strumenti adeguati. Oggi, invece, si prende atto del problema dopo che qualcuno lo ha reso pubblico. Nel frattempo, ciò che resta è un dato inconfutabile: un patrimonio archeologico tra i più importanti della Magna Grecia, con i resti stratificati di Sibari, Thurii e Copia, è stato lasciato sommerso e in stato di abbandono. Non una porzione marginale, ma una parte integrante di un sistema culturale di valore internazionale. E qui l'ironia lascia inevitabilmente spazio alla gravità. Perché l'acqua dolce, che sia di esondazione o di falda, non fa distinzioni narrative: danneggia, corrode, deteriora. Compromette materiali, accelera processi di decomposizione, altera, spesso in modo irreversibile, contesti archeologici delicatissimi. Non è una questione di comunicazione, ma di chimica. Alla luce di tutto questo, risultano francamente difficili da comprendere le dichiarazioni del sindaco, reduce dall'entusiasmo del Vinitaly, che ha ritenuto più urgente polemizzare con chi denuncia il problema piuttosto che pretendere risposte chiare da chi ne ha la responsabilità diretta. Si tenta di ridurre tutto a una questione di immagine: da una parte "l'Italia che parla bene di Sibari", dall'altra chi ne evidenzia le criticità. La verità è una sola: si è preferito difendere l'immagine invece di difendere il patrimonio. Si è scelto lo slogan al posto della soluzione, la propaganda al posto della manutenzione, la vetrina al posto della responsabilità. È questo che rende grave la posizione del sindaco: minimizzare un allagamento perché l'area sarebbe chiusa al pubblico. Come se un bene storico valesse solo quando c'è il biglietto d'ingresso. Come se la cultura avesse orari di apertura. In altri tempi si lavorava per salvaguardare il territorio. Oggi sembra contare di più il set fotografico del momento. "In vino veritas", dicevano i latini. Qui, purtroppo, nel vino si è cercata la pubblicità, mentre la verità restava sott'acqua. E in questa storia -concludono i socialisti-, più che uno "scivolone dell'opposizione", sembra emergere un altro tipo di scivolata: quella di chi, invece di pretendere chiarezza e interventi, ha preferito spiegare perché, in fondo, non fosse poi cosi grave. Peccato che l'acqua, come la verità, trovi sempre il modo di venire a galla».

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