L'allarme della pedagogista Teresa Pia Renzo

CORIGLIANO-ROSSANO - «Ragazzi sempre più giovani che portano coltelli, che agiscono la violenza come linguaggio quotidiano. Basta giustificazioni! Non si può minimizzare qualcosa che purtroppo è molto più articolata e complessa perché si è rotto qualcosa tra giovani, regole e percezione del limite. Questo non è più disagio adolescenziale, né una devianza sociale e nemmeno un’emergenza; questo è un vero e proprio cambiamento culturale profondo che sta attraversando le scuole italiane e che rischia di diventare normalità».

Bnl

A lanciare l’allarme è la pedagogista Teresa Pia Renzo che mette in guardia sul pericoloso e repentino cambio di paradigma che si sta palesando nelle funzioni e nei ruoli della Scuola, dove la convivenza tra ragazzi e tra ragazzi e docenti è arrivata alla deriva totale. «Adesso -dice- serve una riflessione seria sia sociale che normativa.
Non possiamo continuare a cercare giustificazioni. Ogni volta che accade qualcosa -mette in guardia la pedagogista- si attiva automaticamente una narrazione che tende a spiegare, a comprendere, a perdonare. Ma così il problema non si affronta, si sposta. E nel frattempo cresce.
Ciò che più preoccupa è il cambio di significato di parole e comportamenti. Oggi - aggiunge - molti ragazzi dichiarano di portare un coltello per difendersi. Ma la difesa non è più prevenire un pericolo reale: è reagire a uno sguardo, a una parola, a un urto. È diventata una forma di legittimazione dell’attacco. Un fenomeno che -sottolinea- si sta radicando anche tra giovanissimi, come dimostrano i fatti di Trescore e quelli di Firenze, che coinvolgono minori sempre più piccoli.
Se un ragazzo arriva a portare un coltello a scuola -continua Renzo- la domanda non è solo cosa è successo quel giorno ma dov’erano gli adulti prima? Dov’era la famiglia, dov’era la scuola, dov’era la comunità educante? Insomma, è una corresponsabilità educativa che viene a mancare. Perché -precisa- Non possiamo delegare tutto alla scuola o ai servizi. La famiglia ha un ruolo primario. Se un genitore non riesce a gestire un figlio, deve chiedere aiuto. Ma non può ignorare, né giustificare.
In questo momento storico molti minori sono consapevoli di non avere nulla da perdere. Questo produce un senso di impunità che alimenta comportamenti violenti. Ecco perché servono regole più chiare, serve responsabilizzare anche le famiglie, serve riposizionare i paletti educativi e renderli invalicabili. Perché il buonismo non educa, anzi, deresponsabilizza. E questo accade perché le nuove generazioni sono immersi in contenuti violenti, non leggono, non sviluppano fantasia. Non sanno più costruire storie, elaborare emozioni. E allora agiscono d’impulso, invece di meditare e comprendere. Da qui l’importanza di esperienze educative alternative, culturali, capaci di stimolare curiosità e pensiero critico fin dalla prima infanzia.
La violenza -conclude Teresa Pia Renzo- non si combatte dopo, si previene prima. E si previene con regole, con esempi, con responsabilità. Continuare a giustificare significa alimentare il problema. Educare, invece, significa avere il coraggio di dire dei no, di tracciare confini, di assumersi il peso delle scelte. Anche quando è scomodo. Perché, in un sistema che continua a perdonare senza intervenire, il rischio è uno solo: trasformare l’eccezione in normalità. E arrivare sempre un passo dopo, quando ormai è troppo tardi».

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