SAN MARCO ARGENTANO - Bisogna fare un passo indietro e tornare al momento della chiusura. Nel 2010, il sindaco in carica a San Marco Argentano era Alberto Termine, a capo di una compagine molto variegata composta da esponenti civici, alcuni iscritti al Partito Democratico ed altri al Popolo della Libertà. Dopo iniziali tentennamenti e un processo di allineamento interno alla maggioranza, seguendo l'esempio di altri comuni come Praia a Mare e Trebisacce, il Comune decise di impugnare davanti al TAR la delibera della Giunta Regionale che segnava la chiusura definitiva dell’Ospedale.

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In particolare, il ricorso chiedeva l'annullamento della delibera n. 87/2010 della Giunta Regionale della Calabria, che prevedeva la chiusura dei reparti per pazienti acuti nell'ospedale di San Marco Argentano. Venivano inoltre contestate altre delibere legate al "Piano di rientro" della sanità, nella parte in cui disponevano la disattivazione del presidio ospedaliero. L'obiettivo del ricorso era quindi impedire la chiusura dei reparti e mantenere l'ospedale operativo.
A seguito dell’udienza del 21 novembre 2014, il TAR della Calabria respinse il ricorso. La decisione fu presa a causa di un'eccezione sollevata dalla Regione Calabria, che contestò la mancata notifica del ricorso a due ministeri coinvolti nel procedimento (Ministero della Salute e Ministero dell’Economia e delle Finanze). Nel frattempo, la maggioranza comunale cambiò: tornò al potere, dopo una pausa di cinque anni, la compagine dei Popolari e Democratici, storico movimento fondato da Giulio Serra, che elesse per la prima volta Virginia Mariotti alla carica di sindaco. La nuova maggioranza non prese neppure in considerazione la possibilità di appellarsi al Consiglio di Stato, lasciando decadere i termini. La rappresentazione plastica che quando si amministra, il non fare può essere più tragico del fare male.
La sentenza del TAR fu resa pubblica solo nel 2019 e non per mano degli amministratori. Infatti, nel maggio 2021, grazie all’azione investigativa del gruppo civico Progetto Comune, la popolazione venne a conoscenza di quanto accaduto in merito al mancato ricorso grazie ad una “fuga” di documenti. In particolare, emerse una lettera al Sindaco dell’avvocato Alfredo Gualtieri, incaricato dall’Amministrazione Termine, in cui si sosteneva che la sentenza del TAR fosse contestabile e che vi fossero solide motivazioni per presentare ricorso in appello al Consiglio di Stato. Inoltre, l'avvocato evidenziava che l’Avvocatura dello Stato aveva riconosciuto la fondatezza delle ragioni del Comune, un elemento favorevole alla prosecuzione della causa. La sindaca Virginia Mariotti, pur avendo governato per tre mandati, non ha mai informato formalmente i cittadini o il Consiglio Comunale sulle motivazioni che l'hanno portata a non fare appello al Consiglio di Stato.
Come sarebbe potuta andare?
È utile richiamare alcuni precedenti giurisprudenziali. In particolare, i ricorsi al Consiglio di Stato presentati dai Comuni di Trebisacce, Praia a Mare e Tortora contro la Regione Calabria hanno avuto un esito positivo. In entrambi i casi, il Consiglio di Stato ha annullato la chiusura degli ospedali, rilevando che la conformazione del territorio e i tempi di percorrenza verso il Pronto Soccorso più vicino non garantivano il rispetto dei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) per la popolazione.
Queste sentenze sono particolarmente rilevanti anche per la vicenda dell’ospedale Pasteur. La giurisprudenza ha infatti riconosciuto l’inadeguatezza del modello sanitario post-2010, sottolineando il grave depotenziamento dell’assistenza territoriale.
Ad esempio, nella sentenza n. 2576/2014, relativa all’ospedale di Praia a Mare, il Consiglio di Stato affermò che:
“La conformazione oro-geografica della zona e le condizioni della viabilità, soprattutto per i Comuni posti all’interno della Statale 18, incidono negativamente sulla effettiva percorribilità della distanza dallo Spoke di Cetraro nei tempi individuati negli standard dell’emergenza/urgenza.”
Questa decisione è stata richiamata anche nella sentenza n. 2151/2015, riguardante l’ospedale “Chidichimo” di Trebisacce, in cui la Terza Sezione del Consiglio di Stato ha rilevato che:
“Il contestato piano di riordino della rete ospedaliera non ha tenuto in debito conto il bacino d’utenza dell’ospedale “Chidichimo”, costituito non solo dalla fascia costiera ma anche dalle aree montane dell’Alto Ionio, nonché la conformazione oro-geografica e le condizioni di viabilità dell’intera zona, le quali incidono negativamente e strutturalmente sulla effettiva percorribilità nei tempi prescritti dagli standard di emergenza/urgenza, a cui si aggiungono il traffico caotico sulla strada statale in periodo estivo e le più che prevedibili avverse condizioni climatiche in periodo invernale.”
Le condizioni oro-geografiche della Valle dell’Esaro sono molto simili a quelle dei territori di Praia a Mare e Trebisacce. La precarietà delle reti di trasporto non assicura il raggiungimento di un Pronto Soccorso entro i 60 minuti previsti dalla legge: alcuni paesi distano oltre un’ora e mezza dal presidio ospedaliero più vicino.
La chiusura del Pasteur non è stata solo una scelta amministrativa, ma una ferita inferta a un territorio che ancora oggi paga il prezzo dell’abbandono e di scelte sbagliate, con soggetti chiaramente identificabili, con responsabilità politiche ed amministrative dirette, ma che nonostante tutto, restano ancora in sella. La domanda, che ancora oggi resta senza risposta, è: perchè il Sindaco Virginia Mariotti ha negato all’Avvocato Gualtieri la possibilità di ricorrere al Consiglio di Stato? 

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