Il consigliere regionale contesta il progetto

Navanteri

CASTROVILLARI - «Un neonato in Calabria ha un’aspettativa di vita inferiore di oltre due anni rispetto a uno nato al Nord. E mentre qui mancano ospedali, scuole, trasporti, il Governo festeggia un ponte da 13,5 miliardi come fosse la soluzione a tutto. Ma la verità è che ci stanno rubando il futuro con la scusa del progresso».

È un attacco durissimo quello del consigliere regionale Ferdinando Laghi, che torna a denunciare con fermezza il progetto del Ponte sullo Stretto di Messina, all’indomani dell’approvazione definitiva da parte del CIPESS (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica e lo Sviluppo Sostenibile). «Il Ponte torna alla ribalta dell’attualità -continua Laghi- ma meglio sarebbe dire della propaganda politica. Non è un’opera pensata per il Sud, ma contro il Sud: imposta dall’alto, inutile, costosa e dannosa. È l’ennesimo schiaffo a territori martoriati e a comunità considerate ‘sacrificabili’». Laghi, che da anni si oppone al progetto con interventi in Aula di Consiglio Regionale, manifestazioni pubbliche -in Calabria e in Sicilia-, convegni e riunioni, sottolinea come le risorse stanziate -oltre 2 miliardi di euro sottratti a Sicilia e Calabria- dovevano servire a colmare il vero divario: quello infrastrutturale, sociale e sanitario. «Il Sud non ha bisogno di un monumento al cemento -chiosa-. Ha bisogno di scuole vere, di ospedali funzionanti, di treni che non siano da terzo mondo. Ha bisogno di lavoro, di tutela ambientale, di ascolto. E invece si spendono miliardi per una chimera che arricchirà pochi e danneggerà molti». Secondo il consigliere Laghi, inoltre, il Ponte è il simbolo di una visione vecchia, estrattiva e autoritaria dello sviluppo utile solo “a costruire consenso elettorale”. «Per questo mi sono battuto: per un Sud che abbia voce e dignità e che tuteli le sue bellezze, capitale vero per una rinascita anche economica, e per questo -conclude- continuerò a battermi anche in futuro, perché i diritti e la ragione abbiamo l’ultima parola».

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