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Un voto al referendum quale atto di speranza

L'approvazione quasi certa del referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari (da 945 a 600) di serio non cambierà niente, considerato che la riforma voluta da Casaleggio e Beppe Grillo non risolve alcun problema strutturale dello Stato, né tanto meno la riduzione dei parlamentari comporterà un risparmio significativo, incidendo per lo 0,007% sulla spesa pubblica pari al costo di un caffè all'anno per ogni cittadino italiano.
Per cui votando per il Sì, viene legittimato il qualunquismo grillino, assolutamente bisognoso in questo momento di esibire “un trofeo” che possa rallentare il proprio trend di declino nei consensi, oltre che rafforzare un governo che ha già notevolmente compromesso il nostro futuro, mentre gli oppositori alla modifica costituzionale, inconsapevolmente, rinvigoriscono un ceto politico penoso che non vuole per nessuna ragione mollare le poltrone, strumentalizzando, artatamente, come sempre (da almeno 50 anni), di voler difendere i valori della Costituzione, il Parlamentarismo, il pluralismo democratico e bla bla bla.

I nodi al pettine prima o poi, comunque, arrivano!
L'emergenza sanitaria, purtroppo, ha evidenziato un “Modello Italia” non affidabile,  caotico, contraddittorio, fatto di ritardi, di disorganizzazione, di confusione normativa e di anarchia istituzionale, segni tutti sintomatici di un “sistema malato”, riconducibili ad una “costituzione di compromesso”, incapace di tenere il passo dei tempi che necessitano un equilibrio tra governabilità e dialettica parlamentare.
Mai come in questo momento viene fortemente avvertita un'impotente fragilità del Paese la cui tenuta appare sempre più complicata senza il necessario avvio di un piano di riforme che va nella direzione della competitività, della crescita, nonché di una maggiore produttività, considerato che il Pil pro capite italiano è bloccato da decenni al livello di fine 1990.
Di conseguenza, l'attuale “Classe Politica” ovvero la “classe dirigente” nella sua globalità (vedi passerella agli Stati Generali di Villa Pamphilj) fatica a far ripartire l'economia nazionale, la cui azione di Governo ha optato, ormai, verso scelte di natura del tutto assistenziali e parassitarie. Continuare in eterno con sussidi, peraltro generalizzati (reddito di cittadinanza, reddito d’emergenza, bonus, cassa integrazione ordinaria e in deroga), ed il blocco dei licenziamenti, appare una strategia inefficace che condurrà al collasso. Nessuno nega che i più deboli debbano essere assistiti, sussidiati, aiutati, tuttavia la scelta di  distribuire soldi a pioggia (e con ritardo), più per sostenere i consumi che per tutelare i produttori di reddito, appare una ricetta controproducente, anche, e soprattutto, nei confronti dei ceti più deboli. Viceversa, l'esecutivo dovrebbe puntare tutte le proprie energie nella direzione della creazione di nuova ricchezza, unita alla conditio sine qua non di una semplificazione tributaria, non solo in termini di necessaria ed equa riduzione delle tasse, bensì con l'obiettivo di mettere ordine ad una giungla fiscale che neanche gli esperti conoscono più i confini, oltre che ad una sburocratizzazione di uno stato invadente che rallenta il paese.
Se nella gestione dei recovery fund prevarrà l'attuale filosofia governativa, sarà un'occasione storica persa per tentare di modernizzare la Penisola, nonché riequilibrare il rapporto Nord e Sud.
Per cui, sebbene sarebbe auspicabile il superamento dell'attuale fase politica, voterò per il  Sì, come mero atto di speranza che le cose possano cambiare anche in Italia.

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