Il Partito del "No" per un Paese in cerca d'autore

Nella breve Storia Repubblicana ai partiti tradizionali è doveroso aggiungere, anche, il “Partito del NO”, il quale rappresenta una forza, immanente, maggioritaria, trasversale e reazionaria all’interno del Paese che si pone, sempre e comunque, da ostacolo ad ogni tentativo di innovazione e modernizzazione del “Sistema Italia”.
Ultimamente innumerevoli sono le battaglie intraprese: No alle riforme costituzionali, No alle Olimpiadi nella Capitale, No al Ponte sullo stretto, No alla Tav, No alle discariche integrate di smaltimento di rifiuti, No alla Riforma del mercato del lavoro, No alla riforma della Giustizia, No alla riforma del sistema creditizio e quant’altro.

Per cui resta indecifrabile l’Italia di oggi senza tenere in debito conto il “Fattore No”!
Questa forza è sentita come il “Fronte” della società civile italiana “più illuminata” e “più avanzata” che scende in piazza per innalzare le barriere a protezione del proprio “sistema di civiltà” contro ogni forma di istanza pseudo-progressista, mentre, in realtà, ha costituito (e tuttora costituisce) la mera convergenza di compositi interessi (grandi e piccoli), finalizzati al mantenimento degli equilibri di potere sussistenti nel paese.
La ferma opposizione al cambiamento, giammai, deriva dall’attrazione fatale alla grande bellezza della conservazione, bensì alla difesa concreta di un sistema di potere complesso e multiforme che ha alimentato diffusi e molteplici interessi, privilegi e posizioni di rendita in favore di vaste categorie della società italiana sia in alto che in basso.
In altre parole, il “Partito del No” non è altro che l’esercito mercenario della conservazione e dell’immobilismo italiano che si mobilita sempre per battaglie di retroguardia a tutela dei propri interessi particolari minacciati dal cambiamento dei tempi.
L’elenco delle vittorie di questo vasto e composito schieramento è molto ricco: negli ultimi decenni è stato in grado di arrestare (e continua a farlo efficacemente) ogni sforzo riformatore che va dalla riorganizzazione dell’assetto istituzionale, alla pubblica amministrazione, alla giustizia, alla realizzazione delle grandi opere e infrastrutture, alla riforma della scuola, del mondo del lavoro, dell’economia, al sistema delle tutele fino al riordino del patrimonio storico-culturale.
Le armi adoperate dal “Partito del no” principalmente sono il “massimalismo” che critica ogni tentativo di cambiamento, sostenendo che esso non è abbastanza, che bisogna fare di meglio; il “particolarismo” che non valuta i benefici delle riforme in quanto tale, bensì di riflesso, in funzione della propria posizione particolare; il “consensualismo” (o assemblearismo) che le riforme si fanno con il consenso di tutti, in contrasto, tutto sommato, con ogni logica democratica.
Il risultato di tutto ciò è quello di avere un “Paese vecchio”, incapace di affrontare le difficili sfide della modernità.
Ormai, da tempo la Repubblica Italiana è fondata sulla gerontocrazia e la cooptazione, ove un terzo del territorio è occupato dalla criminalità organizzata, ogni singolo cittadino (sia maggiorenne che minorenne) ha un debito di 35.000 mila euro (debito pubblico), nonché obbligato a versare all’erario più della metà del suo reddito da lavoro, oltre che costretto a trasferirsi per trovare un impiego, che per la metà dei giovani non arriverà e, comunque, non sarà adeguato agli studi svolti ed alle competenze acquisite.
Ma che razza di Stato il “Partito del No” vuole difendere?
Non vi è chi non vede che numerosi sono, ormai, i segnali, se non di rottura, ma certamente di messa in discussione di quel patto nazionale sancito nella Carta Costituzionale del 1947, che il Partito della conservazione si ostina a non vedere.
È sempre più crescente un pericoloso sentimento diffuso di avversione degli italiani verso il proprio Paese, il quale non riesce a trattenere i propri giovani che preferiscono fuggire all’estero.
In breve tempo, se non cambia il trend attuale, l’Italia non sarà solo “un Paese vecchio”, ma anche “un Paese per vecchi”.
Dunque, in questo momento storico ognuno deve assumersi le proprie responsabilità.
Il tempo dei bluffs è finito!
Ogni cittadino deve scegliere: cambiare per costruire un futuro alle nuove generazioni oppure non fare nulla e difendere i vecchi parrucconi di sempre!

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