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A 100 anni dal Congresso di Livorno, ricordiamo la figura dello spezzanese Giovanni Rinaldi

Nell'anniversario dei cento anni della nascita del Partito Comunista Italiano giova ricordare che, anche, uno spezzanese giocò un ruolo in quelle vicende, oltre che in quelle successive, consolidando, con la sua azione politica, quella storica scelta di rottura che segnò il destino della Sinistra Italiana.
Come è noto, il 21 gennaio 1921 si concluse il Congresso di Livorno (XVII Congresso del Partito Socialista Italiano) con la scissione della componente comunista che diede vita al Partito Comunista d'Italia. Tra i protagonisti della storica divisione (anche se non partecipò ai lavori personalmente) fu lo spezzanese Giovanni Rinaldi (segretario, all'epoca, della sezione del partito socialista), il quale, comunque, già nel 1920 (tra i pochissimi in Calabria), dopo il II congresso del Comintern, aderì all'Internazionale Comunista, partecipando alla conferenza di Milano (autunno 1920) che rappresentò il preambolo del costituendo partito comunista in Italia.

Certamente, Giovanni Rinaldi va ricordato come uno dei fondatori del Pci, oltre che tra le figure più importanti del movimento operaio cosentino, tant'è che venne definito dai compagni “l'Apostolo del socialismo” per la sua grande cultura, l'infinita saggezza ma, soprattutto, per la sua assoluta rettitudine. Pietro Mancini lo descrisse come “uomo di severa e pur dolorosa vita privata e di severa disciplina socialista, congiunta ad un cuore d’inestimabile valore affettivo”. Sempre misurato, conquistava il rispetto accostandosi agli altri con umiltà e a tutti offriva il servizio della sua cultura, della sua esperienza anche sofferta per i dolori che la vita gli aveva riservato: morte precoce del primogenito Orazio, avviato ad una promettente carriera medica e universitaria, morte della moglie che lo lasciò solo ad affrontare la lunga ed inguaribile malattia del secondogenito Ugo.
Fu artefice, sin da subito, insieme a Fausto Gullo e ai dirigenti dell'epoca, alla costruzione di un partito comunista rivoluzionario calabrese più attento alla questione contadina, rispetto una visione dottrinaria socialista classica “incurante” o “quasi scettica” delle problematiche relative alle masse dei braccianti agricoli.
L'avvocato arbëresh, proveniente dall'agiata borghesia agraria, però di estrazione patriottico-risorgimentale e democratico-progressista, comprese che la questione della terra, dei rapporti sociali nelle campagne era il nodo da sciogliere per poter ammodernare il Mezzogiorno, tant'è che cominciò ad intessere, già prima dell'avvento del fascismo, rapporti con i contadini in lotta per la concessione delle terre incolte, sottraendoli il più delle volte al movimento popolare cattolico.
Ebbe l'intuito di comprendere, in anticipo, la natura classista e reazionaria del fascismo la cui sua ferma opposizione fu il motivo per cui “iniziò il suo calvario”, venendo arrestato e confinato (2.12.1926) per tre anni a Lagonegro, a seguito della condanna da parte della Commissione Provinciale per il confino di Cosenza, ritenendolo il massimo esponente socialista nel circondario di Castrovillari, attivissimo propagandista tra la massa operaia, collaboratore de “La Parola Socialista” e de “L’Avanti”. Dal confino ebbe a scrivere all’avvocato Ferdinando Cassiani di attendere “serenamente gli eventi”, perché non gli era venuta meno, “né verrà mai meno, per questo e per qualsiasi altro evento riservatomi in avvenire, il coraggio e la forza d’animo provenienti dalla coscienza che non ha e non può avere nulla a rimordermi”.
A seguito della caduta del fascismo fu nominato commissario straordinario di Spezzano Albanese, riprendendo l'impegno politico in direzione del rafforzamento della sezione locale, nonché divenendo un punto di spicco nel movimento contadino per le occupazioni delle terre. Fu un militante modello, lasciando una enorme eredità ideologica, politica ed umana che i figli, i nipoti e nipotini di quella tradizione hanno beneficiato nei decenni successivi, guidando il paese ininterrottamente fino al 1992.
Occorre ripercorrere quella esperienza storico-politica per comprendere la storia della comunità spezzanese del Novecento, luogo in cui il sogno personale di un uomo è diventato un sogno condiviso e collettivo.
Di quella storia cosa resta?
Indubbiamente Don Giovanni Rinaldi!
Spezzano Albanese 21.01.2021

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